{"id":139,"date":"2011-08-10T00:29:31","date_gmt":"2011-08-10T00:29:31","guid":{"rendered":"http:\/\/www.hazarapeople.com\/it\/?p=139"},"modified":"2011-08-11T16:30:43","modified_gmt":"2011-08-11T16:30:43","slug":"hazara-gli-esclusi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.hazarainternational.com\/it\/hazara-gli-esclusi\/","title":{"rendered":"Hazara &#8211; Gli esclusi"},"content":{"rendered":"<p><strong>Isolato per motivi geografici e religiosi, oppresso dai Taliban, oggi il popolo Hazara pu\u00f2 dare speranza all\u2019Afghanistan. (Pubblicato su National Geographic italia nel febbraio 2008)<\/strong><\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.hazarapeople.com\/it\/wp-content\/uploads\/2011\/08\/6-e1312798598144.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.hazarapeople.com\/it\/wp-content\/uploads\/2011\/08\/6-e1312798598144.jpg\" alt=\"\" title=\"THREE HAZARA GIRLS SIT IN THEIR CAVE IN BAMIYAN\" width=\"480\" height=\"320\" class=\"aligncenter size-full wp-image-140\" srcset=\"https:\/\/www.hazarainternational.com\/it\/wp-content\/uploads\/2011\/08\/6-e1312798598144.jpg 480w, https:\/\/www.hazarainternational.com\/it\/wp-content\/uploads\/2011\/08\/6-e1312798598144-165x110.jpg 165w, https:\/\/www.hazarainternational.com\/it\/wp-content\/uploads\/2011\/08\/6-e1312798598144-270x180.jpg 270w\" sizes=\"auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px\" \/><\/a><br \/>\n<strong>Nel cuore dell\u2019Afghanistan c\u2019\u00e8 un vuoto, un\u2019assenza che non si pu\u00f2 fare a meno di notare, l\u00e0 dove si ergeva il pi\u00f9 grande dei due Buddha di Bamiyan. Nel marzo del 2001 i Taliban, dopo aver bersagliato le statue per giorni con i lanciamissili, vi hanno piazzato cariche d\u2019esplosivo e le hanno fatte saltare. Quei Buddha dominavano la provincia di Bamiyan da circa 1.500 anni.<\/p>\n<p>Sotto i loro occhi sono andati e venuti mercanti della Via della Seta e missionari d\u2019ogni fede. Emissari di vari imperi &#8211; mongoli, safavidi, mogul, inglesi, sovietici &#8211; hanno attraversato la provincia, spesso lasciandosi dietro scie di sangue. Si \u00e8 formata una nazione chiamata Afghanistan, e pi\u00f9 di un regime \u00e8 nato, \u00e8 caduto o \u00e8 stato rovesciato. Le statue sono rimaste l\u00ec per tutto quel tempo. Ma per i Taliban i Buddha erano solo idoli non islamici, eresie scolpite nella roccia. Non temevano di essere considerati brutali, n\u00e9 l\u2019ulteriore isolamento che ne sarebbe conseguito. Distruggendo i Buddha, hanno voluto sottolineare la supremazia della loro fede sulla storia e la cultura.<br \/>\n<\/strong><br \/>\nNon solo. Hanno anche voluto dimostrare il loro potere nei confronti della gente che viveva sotto le statue, gli Hazara, abitanti di una zona isolata dell\u2019Afghanistan centrale nota come Hazarajat. Questa \u00e8 la loro terra, anche se non del tutto per loro scelta. Pur costituendo un quinto della popolazione dell\u2019Afghanistan, gli Hazara sono sempre stati considerati degli estranei. In un paese a larga prevalenza sunnita, loro sono in maggioranza sciiti. Sono considerati da sempre grandi lavoratori, eppure svolgono i lavori meno allettanti. I loro lineamenti asiatici &#8211; occhi stretti, naso schiacciato, viso largo &#8211; li hanno di fatto relegati a una casta inferiore, e questa presunta inferiorit\u00e0 viene loro ricordata cos\u00ec spesso che alcuni finiscono per accettarla.<\/p>\n<p>I Taliban che nel 2001 governavano il paese &#8211; in prevalenza fondamentalisti sunniti d\u2019etnia pashtun &#8211; consideravano gli Hazara alla stregua di infedeli, bestie, diversi, sia per via delle fattezze, cos\u00ec diverse da quelle degli altri afghani, sia perch\u00e9 &#8211; secondo loro &#8211; non pregano come deve pregare un musulmano. Un detto taliban sui gruppi etnici non pashtun dell\u2019Afghanistan recita cos\u00ec: \u201cI Tagichi in Tagikistan, gli Uzbechi in Uzbekistan e gli Hazara in goristan\u201d. Ossia, al cimitero. Non a caso, quando i due Buddha sono stati abbattuti l\u2019esercito taliban stava assediando l\u2019Hazarajat, dando alle fiamme interi villaggi per rendere la provincia inabitabile. Con l\u2019approssimarsi dell\u2019autunno di quell\u2019anno, la gente dell\u2019Hazarajat cominciava a domandarsi se avrebbe superato l\u2019inverno. Poi \u00e8 arrivato l\u201911 settembre, una tragedia lontana che al popolo hazara \u00e8 parsa come una promessa di salvezza.<\/p>\n<p>Sei anni dopo la caduta dei Taliban la terra degli Hazara mostra ancora le cicatrici di quel periodo, ma si intravedono prospettive inimmaginabili solo 10 anni fa. Oggi la provincia \u00e8 tra le pi\u00f9 sicure dell\u2019Afghanistan, e le piantagioni di papavero da oppio, cos\u00ec diffuse in altre aree del paese, qui sono praticamente inesistenti. A Kabul, sede del governo centrale di Hamid Karzai, c\u2019\u00e8 un nuovo ordinamento politico, e oggi gli Hazara hanno accesso alle universit\u00e0, a impieghi nell\u2019amministrazione pubblica e a possibilit\u00e0 di carriera che sono sempre state loro precluse. Uno dei vice presidenti della nazione \u00e8 hazara, come lo \u00e8 il parlamentare pi\u00f9 votato, nonch\u00e9 la prima e unica governatrice donna del paese. Persino il bestseller internazionale Il cacciatore di aquiloni (da cui \u00e8 stato tratto anche un film) racconta la storia di un Hazara, per quanto immaginario.<\/p>\n<p>Mentre il paese, dopo decenni di guerra civile, \u00e8 impegnato in una faticosa opera di ricostruzione, sono in molti a credere che l\u2019Hazarajat possa costituire il modello di una nuova societ\u00e0 non solo per gli stessi Hazara, ma per tutto il popolo afghano. Un ottimismo mitigato per\u00f2 dai ricordi del passato e dalle frustrazioni del presente: strade mai costruite, la rinascita dei Taliban e crescenti ondate d\u2019estremismo sunnita.<br \/>\nIl progetto di ricostruzione dei due Buddha, che prevede la raccolta delle migliaia di frammenti di roccia che li componevano, \u00e8 stato avviato. Qualcosa di simile sta avvenendo tra gli Hazara, che cercano di ricomporre il loro passato frantumato, ma c\u2019\u00e8 una differenza non trascurabile: dei Buddha distrutti esistono fotografie, mentre gli Hazara non hanno un modello del passato cui ispirarsi; non hanno idea di come pu\u00f2 essere un futuro libero dalle persecuzioni.<\/p>\n<p><strong>Musa Shafaq<\/strong> vuole vivere in quel futuro. Ha 28 anni, capelli neri fino alle spalle e i lineamenti tipici degli Hazara, non molto diversi da quelli dei Buddha. Lo incontro davanti all\u2019entrata dell\u2019Universit\u00e0 di Kabul; indossa un maglione rosso, jeans neri e occhiali da vista. Tra due mesi si laureer\u00e0, un traguardo notevole per qualsiasi afghano, data l\u2019instabilit\u00e0 del paese. E poich\u00e9 \u00e8 Hazara, il suo successo \u00e8 il segnale di una nuova era. Shafaq si aspetta di laurearsi con il massimo dei voti, e questo dovrebbe garantirgli il lavoro che pi\u00f9 d\u2019ogni altro desidera, un posto d\u2019insegnante all\u2019Universit\u00e0 di Kabul.<\/p>\n<p><strong>\u00ab\u00c8 hazara la giovent\u00f9 pi\u00f9 entusiasta, istruita e progressista, pronta ad afferrare le opportunit\u00e0 offerte dalla nuova situazione\u00bb, spiega Michael Semple, un irlandese dalla barba rossa che lavora all\u2019ufficio di rappresentanza speciale dell\u2019Unione Europea in Afghanistan. Shafaq ha contribuito alla fondazione del Centro per il dialogo, organizzazione studentesca hazara che conta 150 iscritti. L\u2019associazione pubblica una rivista, organizza eventi per promuovere \u201cumanit\u00e0 e pluralismo\u201d e si occupa del monitoraggio delle elezioni insieme alle organizzazioni per la tutela dei diritti umani.<\/strong><\/p>\n<p>\u00abSi sono schiuse nuove prospettive\u00bb, dice Shafaq, \u00abma non sappiamo per quanto tempo\u00bb. Questo figlio dell\u2019Hazarajat \u00e8 il tipico ragazzo di campagna che si trasferisce nella grande citt\u00e0 e riesce a fare strada. Suo padre era agricoltore nel villaggio di Haft Gody, nel distretto di Waras, a sud della provincia di Bamiyan, dove gestiva anche un ristorante. Nel distretto di Waras la tradizione vuole che i figli si sposino molto giovani, restino vicino alla casa dei genitori e badino ai campi di patate. Ma Shafaq voleva di pi\u00f9. Quando non era impegnato ad aiutare il padre, leggeva voracemente: romanzi, storia, filosofia, traduzioni di Abraham Lincoln, John Locke e Albert Camus.<\/p>\n<p>Crescendo, Shafaq ha ascoltato i racconti sulle origini del suo popolo, e sul perch\u00e9 sono cos\u00ec diversi dai Pashtun e dai Tagiki. Gli Hazara come lui, racconta la storia, sarebbero i discendenti dei soldati mongoli di Gengis Khan, che nel XIII secolo marciarono fino all\u2019Afghanistan centrale, vi costruirono un presidio e sottomisero la popolazione locale, una mescolanza di popoli piuttosto comune lungo la Via della Seta. Quando gli abitanti della regione insorsero e uccisero il figlio di Gengis Khan, il conquistatore si vendic\u00f2 radendo al suolo l\u2019intera zona e sterminandone gran parte degli abitanti. I sopravvissuti si mescolarono con i Mongoli invasori e divennero gli Hazara, una combinazione genetica visibile ancora oggi nella diversit\u00e0 dei lineamenti della gente che popola questa zona.<\/p>\n<p>In tempi recenti una minoranza hazara ha rivalutato il legame con Gengis Khan traendone motivo d\u2019orgoglio, ma in genere la discendenza straniera viene usata contro gli Hazara. Per molti Hazara la storia moderna comincia nell\u2019ultimo decennio dell\u2019Ottocento, quando il re Abdur Rahman, di etnia pashtun, dette inizio a una campagna di sanguinosi pogrom contro il gruppo etnico nell\u2019Hazarajat e dintorni. Esaltati da un esasperato nazionalismo e armati delle fatwa dei mullah sunniti, che bollavano gli Hazara come infedeli, gli eserciti di Rahman ne sterminarono a migliaia, riducendo in schiavit\u00f9 i sopravvissuti. Gli Hazara furono deportati in massa dalle fattorie delle pianure alle aree montuose al centro del paese. Da allora, chi ha avuto il potere li ha sempre tenuti confinati, fisicamente e psicologicamente, in quelle montagne, con l\u2019uso della forza, della legge e della manipolazione.<\/p>\n<p><strong>\u00abPer gli Hazara rivelare la propria appartenenza etnica era motivo di disagio\u00bb, racconta Habiba Sarobi, governatrice del Bamiyan. Aggiunge Mohammed Mohaqeq, l\u2019ex comandante hazara che nel 2005 ha raccolto il maggior numero di voti alle elezioni parlamentari: \u00abEravamo bestie da soma, buoni solo per trasportare cose da un posto all\u2019altro\u00bb.<\/strong><br \/>\n<a href=\"http:\/\/www.hazarapeople.com\/it\/wp-content\/uploads\/2011\/08\/06455944_100.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.hazarapeople.com\/it\/wp-content\/uploads\/2011\/08\/06455944_100-e1312798975187.jpg\" alt=\"\" title=\"taliban bamyan\" width=\"480\" height=\"270\" class=\"aligncenter size-full wp-image-141\" \/><\/a><br \/>\nShafaq frequentava il liceo nel 1996, quando i Taliban presero il potere e promisero sicurezza a una popolazione ormai stanca dell\u2019aspro conflitto etnico tra i signori della guerra, che vedeva coinvolte anche le fazioni hazara. Un anno prima i Taliban avevano brutalmente assassinato Abdul Ali Mazari &#8211; il carismatico leader considerato da alcuni come il \u201cpadre del popolo hazara\u201d &#8211; che, nel tentativo di fermare i contrasti interni fra la sua gente, aveva fondato il \u201cpartito dell\u2019unit\u00e0\u201d, Hezb i Wahdat. Alla sua morte il partito si \u00e8 diviso, e poco dopo i Taliban hanno invaso l\u2019Hazarajat.<\/p>\n<p>\u00abLavoravo nel campo con mio padre quando mia sorella \u00e8 arrivata di corsa e ci ha detto che c\u2019erano Taliban dappertutto\u00bb, racconta Shafaq. Gli abitanti dei villaggi ricavarono rudimentali bandiere bianche dai sacchi di fertilizzante, i capi locali cercarono accordi per placare gli invasori, e Shadaq nascose i suoi libri.<\/p>\n<p>Fu una brutta guerra. Nella provincia di Bamiyan, i combattenti Wahdat speravano di impedire ai Taliban di impossessarsi delle poche aree del paese che ancora non avevano conquistato. Le scuole furono chiuse. I campi abbandonati. Le famiglie fuggirono verso l\u2019Iran, o sulle montagne. I Taliban imposero un blocco economico all\u2019Hazarajat, tagliando le forniture di generi alimentari in una provincia gi\u00e0 straziata dalla siccit\u00e0. Il bazar della citt\u00e0 di Bamiyan fu dato alle fiamme, e molte famiglie cercarono rifugio nelle caverne attorno ai Buddha. <\/p>\n<p>Nei primi giorni del 2001, al culmine di un inverno feroce, l\u2019orrore della guerra raggiunse il distretto di Yakawlang. Il giorno 8 gennaio, i Taliban radunarono i giovani maschi hazara a Nayak, centro del distretto. \u00abPensavamo che li avrebbero processati\u00bb, racconta Sayed Jawhar Amal, insegnante nel vicino villaggio di Kata Khona. \u00abInvece, alle otto del mattino, li hanno ammazzati. Tutti\u00bb. Li misero in fila e li fucilarono sotto gli occhi della gente. E quando gli anziani di Kata Khona andarono a chiedere notizie dei giovani della loro comunit\u00e0, uccisero anche loro. Secondo le stime dell\u2019Ong Human Rights Watch, in quattro giorni vennero giustiziate pi\u00f9 di 170 persone. \u00abPerch\u00e9 eravamo Shia [musulmani sciiti]. L\u2019unico motivo era questo\u00bb, commenta Mohsin Moisafid, 55 anni, di Kata Khona, che quel giorno perse due fratelli.<\/p>\n<p>I combattimenti ripresero due settimane dopo. Sempre secondo Human Rights Watch, l\u2019esercito taliban distrusse, dandoli alle fiamme, pi\u00f9 di 4.000 fra abitazioni, botteghe ed edifici pubblici. Nella parte occidentale della provincia di Bamiyan rasero al suolo intere citt\u00e0.<\/p>\n<p>In molti trovarono rifugio nel distretto di Waras, dove la famiglia di Shafaq &#8211; madre, padre e sette tra fratelli e sorelle &#8211; faticava a procurarsi da mangiare. Shafaq smise di studiare e cominci\u00f2 a insegnare (oggi le scuole dell\u2019Hazarajat sono piene d\u2019insegnanti che non hanno neppure terminato la scuola elementare). E nel frattempo i suoi sogni svanivano. \u00abNon avevo molte speranze perch\u00e9 pensavo che i Taliban sarebbero rimasti per altri 10 o 20 anni\u00bb, dice.<\/p>\n<p>L\u2019offensiva taliban era al suo culmine il giorno dell\u2019attentato al World Trade Center. \u00abFu una sorta di deus ex machina\u00bb, racconta Michael Semple, che ha documentato con grande rischio personale il massacro di Yakawlang del 2001. Quando l\u2019esercito Usa destitu\u00ec i Taliban dal potere, la speranza si riaccese. Per gli Hazara, la liberazione era ormai a portata di mano.<\/p>\n<p>Ma anche oggi, per gli Hazara come Shafaq, non \u00e8 facile avere speranza nel futuro. \u00abVorrei vedere un luogo dove i sogni dei giovani siano realizzabili\u00bb, dice. \u00abDove ci sia una chiesa e un tempio induista, dove possano coesistere religioni diverse. \u00c8 questo l\u2019obiettivo del pluralismo\u00bb. Shafaq sogna un posto all\u2019Universit\u00e0 di Kabul, e vorrebbe sposare una ragazza del suo villaggio. \u00c8 figlia di amici di famiglia, una sciita sayyid, cio\u00e8 discendente dal profeta Maometto. Tradizionalmente le famiglie sayyid non permettono alle loro figlie di sposare uomini hazara. Ma in questa nuova era forse sar\u00e0 possibile.<\/p>\n<p>Per chi vive qui, l\u2019Hazarajat \u00e8 una terra difficile dalla storia difficile, in cui \u00e8 complicato persino sopravvivere. L\u2019inverno, quando arriva, dura sei mesi. La neve rende le strade impraticabili anche con la trazione integrale e le catene, e chiude gli alti valichi montani che separano i vari distretti. Malgrado le promesse fatte qualche anno fa dal governo e dai donatori internazionali di asfaltare le strade da Kabul al Bamiyan e dal Bamiyan al distretto di Yakawlang, ancora oggi molte di queste strade non sono che semplici mulattiere. Durante l\u2019inverno, il numero di donne che muoiono di parto aumenta perch\u00e9 non si riesce a prestare soccorso in tempo, e anche con le migliori condizioni meteorologiche gli agricoltori non riescono mai a portare il raccolto ai mercati.<\/p>\n<p>Mohammed Akbar \u00e8 un agricoltore hazara dagli occhi grigioazzurri che s\u2019intonano al turbante ben stretto sul capo e al viso dai lineamenti delicati incorniciato da una barba bianca. Vive a Lorcha, un minuscolo villaggio nella parte occidentale del distretto di Yakawlang. Su un promontorio che sovrasta un fiumiciattolo si abbarbicano gruppi serrati di case dalle pareti di fango. Alcune furono date alle fiamme dai Taliban nel 2001; oggi molte sono state ricostruite. Gli abitanti del villaggio hanno anche raccolto denaro per una nuova moschea. I soldi sono pochi, ma l\u2019anziano del villaggio ha convinto gli agricoltori a resistere alla tentazione di coltivare papaveri. \u00ab\u00c8 haram\u00bb, dice Akbar, proibito dalla legge islamica.<\/p>\n<p>La scorsa primavera, quando la neve ha cominciato a sciogliersi, molte zone hanno subito violente inondazioni. Ma Akbar (tutto l\u2019Hazarajat, in realt\u00e0) ha sperato che quell\u2019acqua segnasse la fine della terribile siccit\u00e0 degli ultimi anni, che aveva impoverito i raccolti e costretto molte famiglie a vendere gli animali. In una mite giornata di fine primavera, Akbar irriga un piccolo appezzamento coltivato a grano appena fuori del villaggio. Tutto intorno, la vallata \u00e8 un mosaico di simili campi carichi di patate, fieno e grano in crescita. La strada pi\u00f9 vicina \u00e8 al di l\u00e0 del torrente. Il piccolo ponte pedonale che conduceva alla strada \u00e8 stato spazzato via dall\u2019inondazione. A cavallo del torrente sono stati posti tre tronchi sui quali passano genitori con i figli sulle spalle in cammino verso la scuola.<\/p>\n<p>In questo minuscolo insediamento &#8211; come in tutto l\u2019Hazarajat &#8211; l\u2019istruzione \u00e8 una priorit\u00e0. Anche quando la scuola \u00e8 una tenda o un edificio senza porte e finestre, anche quando l\u2019insegnante ha studiato solo per pochi anni, i genitori vogliono che i loro figli studino, molto pi\u00f9 che nel resto del paese. Hussain Ali vive in una grotta nella provincia di Bamiyan, dove lui e la sua famiglia dormono su materassi sottilissimi e le pareti sono tutte annerite di fuliggine. I suoi figli potrebbero portare del denaro in pi\u00f9, ma lui vuole che vadano a scuola. \u00abIo sono vecchio, il mio tempo \u00e8 passato\u00bb, dice, \u00abma i miei figli devono imparare qualcosa\u00bb.<\/p>\n<p>Negli ultimi anni sono state costruite molte scuole nella provincia, principalmente a opera di organismi assistenziali e della Squadra di ricostruzione provinciale del Bamiyan, finanziata dalla Nuova Zelanda. L\u2019Hazarajat \u00e8 molto conservatore, ma tutt\u2019altro che fondamentalista. Qui le donne \u00abvanno a scuola, hanno i loro interessi e la loro libert\u00e0\u00bb, dice Ryhana Azad, membro del consiglio distrettuale di Daykundi.<\/p>\n<p>Col tempo, forse, questi semi daranno frutti dei quali potr\u00e0 godere tutta la societ\u00e0 afghana, ma per adesso la gente ha questioni pi\u00f9 urgenti da affrontare. Spesso questo significa emigrare in luoghi in cui si trova lavoro. Nei villaggi si vedono le donne spalare la neve dai tetti delle case o raccogliere da sole i prodotti nei campi perch\u00e9 gli uomini sono tutti andati a lavorare come avventizi in Pakistan o in Iran, a Herat o a Kabul. \u00c8 dura per chi va, ed \u00e8 dura per chi resta.<\/p>\n<p>Per molti l\u2019alternativa \u00e8 Kabul, dove oggi quasi il 40 per cento della popolazione \u00e8 hazara. Hossein Yasa, direttore del quotidiano Daily Outlook, sottolinea che ci sono stazioni televisive e giornali di propriet\u00e0 hazara, e che \u00e8 in costruzione un enorme complesso con madrassa e moschea sciita. \u00abLa classe media hazara sta crescendo molto in fretta\u00bb, dice.<\/p>\n<p>Tuttavia, ai margini della societ\u00e0, c\u2019\u00e8 una vasta categoria sommersa di manovalanza hazara che vive nei quartieri della zona ovest di Kabul e non ha n\u00e9 elettricit\u00e0 n\u00e9 acqua. \u00abStiamo parlando di ghetti\u00bb, commenta Niamatullah Ibrahimi, ricercatore alla London School of Economics.<\/p>\n<p>Ogni giorno, i conducenti di carri hazara vengono sulla via principale del quartiere di Dasht-e Barchi nella spernza di rimediare qualche lavoro. All\u2019alba e al tramonto, d\u2019inverno e a primavera, d\u2019estate e in autunno, loro aspettano, sperando che qualcuno noleggi i loro carri per trasportare qualcosa: legname, materiali edili, sacchi di grano, fusti d\u2019olio da cucina, telai di finestre, vivande per banchetti di nozze&#8230; qualunque cosa.<\/p>\n<p>Pahlawan, Baba, e Assadullah sono tre dei tanti che fanno questo lavoro per mancanza di alternative. Pensano d\u2019essere invisibili, che nessuno si accorga di loro, ma per molti versi sono il volto pubblico degli Hazara di Kabul, coloro che fanno i lavori che nessun altro vuol fare. In una giornata buona guadagnano tra i 200 e i 250 afghani, tre o quattro euro. Ma non possono mai contare su una giornata buona. Pahlawan, che chiamano \u201cil lottatore\u201d, \u00e8 il pi\u00f9 forte, ha circa 35 anni e lavora da quando ne aveva sette. Zulfiqar Azimi, 67 anni, detto Baba, ha un occhio di vetro e gli mancano alcune dita da una mano. Assadullah, il pi\u00f9 giovane, \u00e8 un tipo pacato e di bell\u2019aspetto, malgrado la polvere che lo ricopre. \u00c8 tornato da poco dall\u2019Iran. Dice che a vent\u2019anni era un esperto d\u2019arti marziali. \u00abOra\u00bb, aggiunge, \u00abho questo carretto\u00bb.<\/p>\n<p>Il primo lavoro della giornata arriva da un uomo che ha 20 sacchi di gesso da trasportare fino a un cantiere. Pahlawan s\u2019\u00e8 allontanato, cos\u00ec Baba e Assadullah si caricano da soli i sacchi, che pesano 35 chili l\u2019uno. Poi, afferrate insieme le aste del carretto, si mettono in cammino, portandosi dietro circa 680 chili di peso in mezzo ai clacson e ai gas di scarico. Dopo sette minuti e diverse centinaia di metri di cammino, svoltano nel dedalo di pareti di fango dei vicoli di Kabul. Col respiro affannato, sudando a profusione, raggiungono il cantiere. Resta solo da portare i sacchi in spalla per gli ultimi dieci metri. Baba ne carica uno e parte, la schiena piegata e la testa china, con la polvere bianca che gli cade sui vestiti. Un\u2019altra decina di minuti e hanno finito. Ricevono un dollaro e venti, da dividere in due. \u00abVedi che situazione, alla mia et\u00e0\u00bb, dice Baba girando la testa per rivolgermi l\u2019occhio buono. Tira fuori una scatola di tabacco da masticare e se ne caccia in bocca una manciata, prima di tornare al solito posto a vedere se arriva un altro lavoro.<\/p>\n<p>Secondo alcuni osservatori la discriminazione cui gli Hazara sono soggetti a Kabul potrebbe riaccendere quel senso d\u2019unit\u00e0 che da tanto tempo manca in Afghanistan, magari persino un desiderio di democrazia. \u00abRitengo che ci sia molto pi\u00f9 nazionalismo fra gli Hazara di Kabul che nell\u2019Hazarajat rurale, perch\u00e9 a Kabul la gente vive quotidianamente questa discriminazione tra Hazara e non Hazara\u00bb, dice Ibrahimi. Sima Samar, direttore della Commissione afghana indipendente per i diritti umani, concorda: \u00abGli Hazara sono pi\u00f9 adattabili alla democrazia, perch\u00e9 soffrono pi\u00f9 degli altri. Sono discriminati. Desiderano davvero uguaglianza e giustizia sociale\u00bb.<\/p>\n<p>Se i Buddha fossero stati ancora l\u00ec lo scorso maggio, avrebbero visto un giovane camminare lungo la via principale della citt\u00e0 di Bamiyan, una strada non asfaltata e piena di buche con negozi su entrambi i lati che vendono olio da cucina, medicine e materiali edili. Musa Shafaq \u00e8 tornato nella terra degli Hazara; non ha avuto il posto che sognava di trovare all\u2019Universit\u00e0 di Kabul.<\/p>\n<p>\u00abSe continuer\u00f2 a vivere in Afghanistan, dovr\u00e0 essere a Kabul\u00bb, dice. I suoi brillanti risultati accademici avrebbero dovuto renderglielo possibile. \u00abEra uno degli studenti migliori. Avrebbero dovuto assumerlo\u00bb, commenta Issa Rezai, consulente del Ministero dell\u2019Istruzione superiore. Ma il pregiudizio contro gli Hazara \u00e8 ancora forte negli ambienti universitari, tuttora il regno di professori fondamentalisti pashtun, tra cui alcuni esponenti delle frange pi\u00f9 estremiste, gi\u00e0 a capo di fazioni accusate di atrocit\u00e0 contro i civili hazara.<\/p>\n<p>Come se non bastasse, Shafaq ha ricevuto anche un\u2019altra cattiva notizia: non potr\u00e0 sposare la sua ragazza del Waras. \u00abIo amo lei e lei ama me\u00bb, dice. \u00abMa quando ho mandato mia madre a chiedere al padre il permesso di sposarla, lui ha rifiutato. Perch\u00e9 sono un Hazara\u00bb.<\/p>\n<p>E cos\u00ec Shafaq si ritrova solo, nell\u2019Hazarajat, a insegnare all\u2019Universit\u00e0 di Bamiyan, dove anche tutti gli altri professori sono Hazara. Come i loro studenti, gli insegnanti sono persone serie, motivate, intelligenti&#8230; ma un po\u2019 spaventate. Da quando ha riaperto nel 2004, l\u2019universit\u00e0 \u00e8 cresciuta. L\u2019insegna sulla facciata dell\u2019edificio \u00e8 scritta in tre lingue: inglese, dari (la lingua pi\u00f9 diffusa in Afghanistan) e, infine, a caratteri pi\u00f9 grossi, in pashtu, la lingua dei Pashtun.<\/p>\n<p>Shafaq insegna Storia dell\u2019Afghanistan all\u2019epoca dell\u2019illuminismo e della rivoluzione industriale, parlando di John Locke e di Abraham Lincoln, di libert\u00e0 e democrazia. Il suo stipendio \u00e8 di 2.000 afghani al mese, pari all\u2019incirca a 40 dollari.<\/p>\n<p>Dopo tante speranze e tante promesse, oggi gli Hazara si sentono ignorati dal nuovo governo, che \u00e8 guidato da un presidente pashtun. In tutto l\u2019Hazarajat riecheggia una domanda: perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 stato pi\u00f9 sviluppo e pi\u00f9 interesse verso una provincia pi\u00f9 sicura delle altre, dove la popolazione sostiene il governo, dove la corruzione non \u00e8 diffusa, dove le donne hanno un ruolo nella vita pubblica, dove non proliferano piantagioni di papavero da oppio? Non \u00e8 affatto raro sentire gli agricoltori che parlano di coltivare il papavero, magari anche di creare un po\u2019 di disordine sociale, pur di riuscire ad attirare l\u2019attenzione del governo.<\/p>\n<p>Costruire qualcosa su questa terra non \u00e8 facile, \u00e8 vero, eppure l\u2019Hazarajat potrebbe costituire un esempio di ci\u00f2 che \u00e8 possibile ottenere in una provincia che crede nel processo di edificazione della nazione. Ma forse \u00e8 gi\u00e0 passato troppo tempo. La ricomparsa dei Taliban, che di recente hanno preso di mira i leader hazara di vari distretti confinanti con le loro roccaforti a sud del paese, rievoca brutti ricordi. \u00abOgni volta che sentiamo parlare dei Taliban alla radio, ci si gela il sangue\u00bb, dice Mohsin Moisafid di Kata Khona.<\/p>\n<p>Forse in Afghanistan emerger\u00e0 finalmente una nuova generazione di leader in grado di condurre il proprio popolo oltre le logiche della guerra, dei signori della guerra e della jihad. Ma molto dipende da quanto cresceranno i Taliban, dal grado di interesse della comunit\u00e0 internazionale, e dal modo in cui le tensioni tra Stati Uniti e Iran (paese a maggioranza sciita) si ripercuoteranno sugli Hazara. Qualunque cosa accada, c\u2019\u00e8 in gioco molto pi\u00f9 del solo destino del popolo hazara. Come osserva Dan Terry, un cooperante americano che vive in Afghanistan da 30 anni: la storia degli Hazara \u00abnon \u00e8 solo la storia di questo popolo. \u00c8 la storia di un intero paese. \u00c8 la storia di tutti\u00bb.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.nationalgeographic.it\/dal-giornale\/2010\/05\/17\/news\/hazara_-_gli_esclusi-25410\/\"><strong>Fonte e Copyright<\/strong><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Isolato per motivi geografici e religiosi, oppresso dai Taliban, oggi il popolo Hazara pu\u00f2 dare speranza all\u2019Afghanistan. (Pubblicato su National Geographic italia nel febbraio 2008) Nel cuore dell\u2019Afghanistan c\u2019\u00e8 un vuoto, un\u2019assenza che non si pu\u00f2 fare a meno di notare, l\u00e0 dove si ergeva il pi\u00f9 grande dei due Buddha di Bamiyan. 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