{"id":2717,"date":"2018-08-29T19:53:47","date_gmt":"2018-08-29T19:53:47","guid":{"rendered":"http:\/\/www.hazarapeople.com\/it\/?p=2717"},"modified":"2018-08-30T23:51:21","modified_gmt":"2018-08-30T23:51:21","slug":"gli-hazara-dellafghanistan-tra-asservimento-guerra-ed-emancipazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.hazarainternational.com\/it\/gli-hazara-dellafghanistan-tra-asservimento-guerra-ed-emancipazione\/","title":{"rendered":"Gli hazara dell&#8217;Afghanistan tra asservimento, guerra ed emancipazione"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Pubblicato nel mese di novembre 2016<\/p>\n<p>Antonio De Lauri<\/p>\n<p>GLI HAZARA DELL\u2019AFGHANISTAN TRA ASSERVIMENTO,<\/p>\n<p>GUERRA ED EMANCIPAZIONE<\/p>\n<p><strong>Introduzione\u20091<\/strong><\/p>\n<p>Molto prima che storici, africanisti, studiosi del commercio in schiavi o delle \u201cnuove schiavit\u00f9\u201d tracciassero gli attuali confini disciplinari e set-toriali, l\u2019istituzione della schiavit\u00f9, nelle sue molte e differenti forme, \u00e8 stata oggetto di trattazione umanista, giuridica e religiosa.2 Quasi sempre la riflessione era parte di pi\u00f9 ampi studi che, trascendendo le frontiere geografiche e gli ambiti del sapere, erano dedicati alla natura umana, alla guerra, al senso del divenire storico nonch\u00e9 al rapporto uomo-dio. Nella maggior parte dei casi, comunque, gli illustri studiosi del passato, dall\u2019an-tica Grecia\u20093 a Roma al Mediterraneo neo- cristiano, erano piuttosto lonta-ni\u20094 (seppur con eccezioni importanti) 5 da quella \u201cpropensione abolizioni-<\/p>\n<p>1\u00a0 La ricerca \u00e8 stata supportata dallo European Research Council, European Union\u2019s Sev-enth Framework Programme (FP7\/2007-2013), G.A. 313737.<\/p>\n<p>2\u00a0 I riferimenti letterari richiamano Platone, Aristotele, Cicerone, Seneca, etc., e pi\u00f9 tardi San Giovanni Crisostomo, Sant\u2019Agostino (entrambi critici nei confronti del sistema schiavista) e i primi studiosi musulmani, alternando momenti di riaffermazione intellettuale\/religiosa\/ ideologica dello stato di natura liberi-schiavi a momenti di decostruzione critica finalizzati a delegittimare la schiavit\u00f9.<\/p>\n<p>3\u00a0 Platone disponeva egli stesso di schiavi, Aristotele considerava lo schiavo un \u201coggetto con l\u2019anima\u201d.<\/p>\n<p>4\u00a0 Si vedano J. Andreau \u2013 R. Descat, Gli schiavi nel mondo greco e romano, il Mulino, Bo-logna, 2009 [2006]; M. Bloch, La servit\u00f9 nella societ\u00e0 medievale, La Nuova Italia, Firenze, 1993 [1975]; D.B. Davis, Il problema della schiavit\u00f9 nella cultura occidentale , Societ\u00e0 Editrice Internazio-nale, 1975 [1966]; M.I. Finley, Ancient Slavery and Modern Ideology, Expanded Edition Edited by B.D. Shaw, Markus Wiener, Princeton, 1998; R. Schalaifer, Greek Theories of Slavery from Ho-mer to Aristotle, \u00abHarvard Studies in Classical Philology\u00bb, 47, 1936, pp. 165-204; M. Sordi, Paolo a Filemone o della schiavit\u00f9, Jaka Book, Milano, 1987.<\/p>\n<p>5\u00a0 Pur non mettendo in discussione l\u2019istituzione della schiavit\u00f9\/servit\u00f9, Seneca esprimeva nelle Lettere a Lucilio un sentimento di vicinanza verso i servi scrivendo nell\u2019incipit dell\u2019Episto-la 47(1): \u00abSono venuto piacevolmente a conoscenza, da coloro che provengono dalle tue parti, che vivi con i tuoi servi come in famiglia: questo comportamento si conf\u00e0 alla tua saggezza e alla tua istruzione. \u201cSono schiavi\u201d. No, sono uomini. \u201cSono schiavi\u201d. No, vivono nella tua stessa sta\u201d\u20096 che si sarebbe affermata solamente a partire dal Diciottesimo\/Di-ciannovesimo secolo. Verso la met\u00e0 del Ventesimo secolo, e in particolare con gli studi condotti in ambito statunitense, il tema della schiavit\u00f9 diven-ne sempre pi\u00f9 oggetto di vera e propria trattazione accademica fino a set-torializzarsi con gli sviluppi degli anni Settanta e Ottanta. Ci\u00f2 comport\u00f2 una qualche conseguenza specialistico-riduzionista: con l\u2019accrescere della precisione del dato (numeri, date, documenti\u2026), per dirla in altre parole, sembrava venir meno in una certa misura l\u2019ampiezza del ragionamento.7 La schiavit\u00f9 rimane infatti un fenomeno con implicazioni ben pi\u00f9 vaste della portata etnografica e quantitativa delle sue diverse manifestazioni passate e presenti. Che un essere umano possa essere ridotto in condizioni di schiavit\u00f9 e che vi siano stati, e ancora oggi vi siano, strumenti ideologici per legittimare questo semplice e brutale fatto, \u00e8 una questione che inter-roga non soltanto i sistemi politici ed economici, ma soprattutto i modi in cui gli esseri umani tentano di affermare la propria umanit\u00e0 e di negare quella altrui (questione che, peraltro, collega in profondit\u00e0 il fenomeno delle forme di asservimento alla dimensione culturale). Da qui, per esem-pio, la necessit\u00e0 di ribadire lo stretto legame tra schiavit\u00f9 e guerra. Del resto, come ha scritto Henry Bayman, \u00abnella storia mondiale la schiavit\u00f9 \u00e8 sorta per rispondere al problema del cosa farsene dei prigionieri di guer-ra\u00bb.8 Ma a tale equazione, in questa sede, va aggiunto un terzo elemento, ossia il desiderio di emancipazione collettiva da condizioni di schiavit\u00f9 e oppressione. In questo articolo mi propongo infatti di riflettere sulla par-ticolare storia degli hazara dell\u2019Afghanistan al fine di indagare il legame cruciale che intercorre tra politiche di asservimento, guerra ed emanci-pazione collettiva. Si tratta, almeno in parte, di inoltrarsi sul terreno di alcuni dibattiti fondamentali che impegnano le scienze umane e sociali in maniera trasversale e che sono s\u00ec fortemente condizionati da variabili so-cio-culturali ma che, nondimeno, trascendono il \u201clocalismo\u201d: quale prezzo \u00e8 disposto a pagare un gruppo sociale per emanciparsi da una condizione di asservimento nei confronti di altri gruppi? In che misura, dal punto di vista di un individuo o gruppo sociale, la guerra pu\u00f2 essere considerata un<\/p>\n<p>casa. \u201cSono schiavi\u201d. No, umili amici. \u201cSono schiavi\u201d. No, compagni di schiavit\u00f9, se pensi che la sorte ha uguale potere su noi e su loro\u00bb.<\/p>\n<p>6\u00a0 Sull\u2019abolizionismo si vedano per tutti S. Drescher, Abolition. A History of Slavery and Antislavery, Cambridge University Press, Cambridge, 2009; The End of Slavery in Africa, a cura di S. Miers, R. Roberts, University of Wisconsin Press, Madison, 1988.<\/p>\n<p>7\u00a0 \u00c8 opportuno sottolineare, comunque, che tali analisi \u201csettoriali\u201d hanno fornito dati utili per lavori di pi\u00f9 ampio respiro come, per esempio, O. P\u00e9tr\u00e9-Grenouilleau, La tratta degli schi-avi. Saggio di storia globale, il Mulino, Bologna, 2006 [2004].<\/p>\n<p>8\u00a0 H. Bayman, The Secret of Islam. Love and Law in the Religion of Ethics, North Atlantic Books, Berkeley, 2003, p. 134. Per quanto riguarda il rapporto tra schiavit\u00f9 e guerra il caso dell\u2019India presenta particolarit\u00e0 degne di nota; si veda per esempio P.G. Solinas, Colore di pelle, colore di casta. Persona, rituale, societ\u00e0 in India, Mimesis, Milano, 2015 (in particolare il capitolo II, Casta e schiavit\u00f9. Esiti alternativi o gradi di variazione nella dipendenza?).<\/p>\n<p>\u201cpasso avanti\u201d rispetto a una situazione di schiavit\u00f9 o marginalit\u00e0 estrema? Cosa implica, in termini di costruzione di un futuro sociale, un\u2019emancipa-zione attraverso la violenza collettiva?<\/p>\n<p><strong>Gli hazara e la schiavit\u00f9<\/strong><\/p>\n<p>Nella prima met\u00e0 del Diciottesimo secolo le popolazioni afgane si op-posero ai safavidi conseguendo sempre maggiori vittorie in battaglia. Una svolta fondamentale, per\u00f2, si ebbe nel 1747 quando, alla morte di Nadir Shah,9 Ahmed Khan venne nominato da una loya jirga (la \u201cgrande assem-blea\u201d) reggente delle confederazioni pashtun.10 Ahmed Khan pass\u00f2 alla sto-ria come durr-e durran (\u201cperla delle perle\u201d) e anche la confederazione cui apparteneva prese il nome \u201cdurrani\u201d.11 Il 1747, dunque, viene considerato l\u2019anno di nascita dell\u2019Afghanistan, anche se dovette trascorrere molto tem-po prima che una forma statale pi\u00f9 o meno identificabile, quale l\u2019Afgha-nistan che oggi conosciamo, facesse la propria comparsa. Ahmed Khan, il quale cambi\u00f2 successivamente titolo in Ahmed Shah, controllava un regno che non poteva definirsi, infatti, uno Stato vero e proprio. Era il consen-so delle trib\u00f9 che, in quanto prodotto di alleanze politiche, conferiva ad Ahmed Shah la possibilit\u00e0 di regnare all\u2019interno di un contesto facilmente \u201cinfiammabile\u201d.12 Come sempre accade, comunque, anche in questo caso la profondit\u00e0 storica degli intrecci etnico-regionali, delle forme di contatto e di oppressione, cos\u00ec come delle scelte di organizzazione politica collettiva vanno ben oltre la data di nascita dell\u2019Afghanistan. Come ha scritto Gian-roberto Scarcia,13 l\u2019Afghanistan non \u00e8, \u00abneppure alla lontana, uno stato na-zionale: \u00e8 un piccolo impero multicolore, formato e mantenuto tale dalle vicende storiche, unitamente alla posizione geografica\u00bb. In senso ristretto, il termine \u201cafgani\u201d \u00e8 stato utilizzato dai gruppi di lingua persiana (ma pi\u00f9 in generale dalle minoranze etnico-linguistiche) per indicare i pashtun,14 ma l\u2019Afghanistan \u00e8 abitato da numerosi altri gruppi di lingua uzbeka, turkme-<\/p>\n<p>9\u00a0 Nadir Shah Afshar, re di Persia dal 1736 al 1747, respinse numerose scorrerie afgane. La sua morte, di fatto, apr\u00ec la strada alla nomina del primo sovrano dell\u2019Afghanistan da parte delle trib\u00f9 pashtun.<\/p>\n<p>10\u00a0 Popolazioni nomadi o seminomadi la cui presenza sul territorio afgano risaliva con ogni probabilit\u00e0 al Sedicesimo secolo.<\/p>\n<p>11\u00a0 Sulla dinastia dei durrani si veda per esempio C. N\u00f6elle, State and Tribe in Nine-teenth-Century Afghanistan. The Reign of Amir Dost Muhammad Khan (1826-1863), Routledge, London, 1997.<\/p>\n<p>12\u00a0 A. De Lauri, Afghanistan. Ricostruzione, ingiustizia, diritti umani, Mondadori, Milano,<\/p>\n<p>2012, p. 123.<\/p>\n<p>13\u00a0 G. Scarcia, \u201cPrefazione\u201d, in Poesie afghane contemporanee. Un percorso tra le vie della cono-scenza, a cura di A. De Lauri, L\u2019Harmattan, Torino, 2005, p. 10.<\/p>\n<p>14\u00a0 M. Kieffer, \u201cAfghan\u201d, Encyclopaedia Iranica, 1983, testo disponibile al sito <a href=\"http:\/\/www.irani-caonline.org\">www.irani-caonline.org<\/a>.<\/p>\n<p>na, etc., per cui, per estensione, il termine \u201cafgani\u201d \u00e8 venuto nel tempo a in-dicare l\u2019insieme degli abitanti dell\u2019Afghanistan. La complessa articolazione socio-demografica di questo paese, a ogni modo, rimane un tratto distin-tivo che ancora oggi influenza politiche locali e nazionali. Nel 2007 Elisa Giunchi\u200915 scriveva che, su una popolazione di circa 22 milioni di abitanti, si stimava la presenza di circa 50 gruppi etnici e una trentina di lingue parlate. Ma le statistiche sono sempre in evoluzione e oggi le stime parlano di una popolazione di circa 33 milioni di residenti.16 All\u2019interno di questo vibrante e mutevole scenario gli hazara rappresentano una consistente, seppur de-cimata rispetto al passato, porzione di popolazione (circa il 9%), perlopi\u00f9 collocata nella zona dell\u2019Hindu Kush a ovest di Kabul, l\u2019Hazarajat.<\/p>\n<p>Gli hazara sono una popolazione a maggioranza sciita di lingua per-siana (le due lingue ufficiali dell\u2019Afghanistan sono il dari \u2013 persiano \u2013 e il pashtu).17 Quali effettivamente siano le loro origini \u00e8 tema assai dibattuto tra storici e scienziati sociali.18 Alessandro Monsutti ha ricordato che tra gli hazara circolano soprattutto tre ipotesi: la prima stabilisce che si tratta di un gruppo discendente dai mongoli (o turco-mongoli) e forse direttamen-te dalle armate di Gengis Khan; la seconda ipotesi privilegia l\u2019elemento di autoctonia degli hazara, per cui essi sarebbero stati presenti nella regione gi\u00e0 prima delle invasioni indo-europee (2000-1500 a.C.); la terza ipotesi, che potremmo definire \u201crealista\u201d, si concentra sulle differenti ondate migrato-rie che avrebbero portato alla formazione di insediamenti hazara con dif-ferenti origini.19 Al di l\u00e0 della diatriba innescata da queste ipotesi e dal loro \u201csignificato culturale\u201d posizionato, \u00e8 importante ribadire che ogni dibattito sulle origini etniche \u00e8 comunque destinato a dissolversi sul terreno della processualit\u00e0 storica nella misura in cui incroci e contaminazioni cultura-li hanno come esito quello di destrutturare e ristrutturare ogni elemento che potremmo ritenere \u201ccaratterizzante\u201d dando forma a fenomeni sociali che gli antropologi hanno tendenzialmente descritto attraverso la metafora dell\u2019ibridismo (culturale, linguistico\u2026).<\/p>\n<p>Del resto la storia diventa particolarmente utile soprattutto allorch\u00e9 occorra legittimare, giustificare o semplicemente spiegare qualcosa di ri-levante nel presente (o nel futuro). Nel maggio 2013 un procuratore (sa-ranwal) hazara a Kabul mi disse: \u00abLa nostra \u00e8 in primo luogo una storia di persecuzione. La sofferenza che abbiamo subito nel passato ci unisce anco-<\/p>\n<p>15\u00a0 E. Giunchi, Afghanistan. Storia e societ\u00e0 nel cuore dell\u2019Asia, Carocci, Roma, 2007.<\/p>\n<p>16\u00a0 www.worldpopulationstatistics.com.<\/p>\n<p>17\u00a0 La convivenza culturale e linguistica tra il mondo persiano e quello pashtun ha una sto-ria complicata; si veda al riguardo G. Vercellin, Iran e Afghanistan, Editori Riuniti, Roma, 1986.<\/p>\n<p>18\u00a0 Si vedano per esempio E.E. Bacon, The Inquiry into the History of the Hazara Mongols of Afghanistan, \u00abSouthwestern Journal of Anthropology\u00bb, 7, (3), 1951, pp. 230-247; A. Monsutti, \u201cHazara. History\u201d, Encyclopaedia Iranica, 2012, testo disponibile al sito www.iranicaonline. org; S.A. Mousavi, The Hazara of Afghanistan. An Historical, Cultural, Economic and Political Study, Palgrave, Richmond, 1998.<\/p>\n<p>19\u00a0 A. Monsutti, \u201cHazara History\u201d, cit.<\/p>\n<p>ra oggi\u00bb. Affermazioni di questo tipo sono piuttosto comuni in Afghanistan e nella diaspora hazara; nel marzo 2013 un afgano hazara residente a Ber-lino mi ribad\u00ec quanto dura fosse stata l\u2019esperienza talebana, \u00abin particolar modo per noi hazara, che gi\u00e0 in passato eravamo stati ridotti in schiavit\u00f9 dai pashtun\u00bb. Nella lingua dari il termine usato per indicare la schiavit\u00f9 \u00e8 bardagi (lo schiavo \u00e8 barda), mentre i pashtun utilizzano pi\u00f9 frequentemen-te ghulami (ghulam\u200920 per indicare uno schiavo). La difficile reperibilit\u00e0 di do-cumenti e testi al riguardo, comunque, permette di affrontate la storia della schiavit\u00f9 in Afghanistan in maniera perlopi\u00f9 frammentaria. Tale scarsit\u00e0 di fonti \u00e8 a mio avviso riconducibile alla specificit\u00e0 del contesto centro-asia-tico piuttosto che all\u2019influenza islamica, come molti ritengono. Benjamin Hopkins, per esempio, ha scritto che la schiavit\u00f9 in Asia Centrale era anco-ra un\u2019attivit\u00e0 vivace agli inizi del Diciannovesimo secolo sebbene l\u2019esigua letteratura al riguardo indurrebbe a pensare altrimenti. Secondo Hopkins ci\u00f2 sarebbe legato a tutta una serie di sotto-studiate questioni connesse alla schiavit\u00f9 nel mondo musulmano.21 \u00c8 opportune sottolineare, tuttavia, che gli studi sulla schiavit\u00f9 nel mondo musulmano\u200922 sono stati piuttosto ampi, soprattutto se confrontati alle ricerche condotte in altri contesti. Come ha ricordato William Gervase Clarence-Smith, cristianesimo e islam hanno storicamente attirato un\u2019attenzione sproporzionata rispetto a giudaismo, animismo, buddismo, giainismo, induismo e confucianesimo.23<\/p>\n<p>Ora, per quanto la schiavit\u00f9 e, pi\u00f9 in generale, le politiche di asservi-mento non siano state sufficientemente analizzate nella storia dell\u2019Afgha-nistan, queste hanno sicuramente giocato un ruolo importante nel conte-sto delle relazioni interetniche, nel succedersi delle diverse dinastie nonch\u00e9 nel processo di formazione dello Stato afgano. Nella seconda met\u00e0 del Diciannovesimo secolo Abdur Rahman (emiro dal 1880 al 1901), con lo scopo di centralizzare il potere e controllare le aree ancora autonome, in-traprese una campagna militare nell\u2019Hazarajat favorendo la penetrazione di nomadi pashtun e inasprendo le relazioni tra sciiti e sunniti. La guerra di Abdur Rahman nell\u2019Hazarajat comport\u00f2 un elevato numero di vittime e l\u2019asservimento di diverse famiglie hazara. Le terre vennero confiscate e 20\u00a0 Ghulam in arabo significa servo o giovane; il termine era anche usato, nell\u2019impero Ot-tomano per esempio, per indicare uno schiavo-soldato.<\/p>\n<p>21\u00a0 B.D. Hopkins, Race, Sex and Slavery: Forced Labour in Central Asia and Afghanistan in the Early 19th Century, \u00abModern Asian Studies\u00bb, 42, (4), 2008, pp. 629-671.<\/p>\n<p>22\u00a0 Su islam e schiavit\u00f9 si vedano tra gli altri F. Abdallah, Islam, Slavery, and Racism: The Use of Strategy in the Pursue of Human Rights, \u00abThe American Journal of Islamic Social Sciences\u00bb, 4, (1), 1987, pp. 31-50; W.G. Clarence-Smith, Islam and the Abolition of Slavery, Hurst&amp;Co, 2006; C. El Hamel, Black Morocco: A History of Slavery, Race and Islam, Cambridge University Press, Cambridge, 2013; B.K. Freamon, Slavery, Freedom, and the Doctrine of Consensus in Islamic Juris-prudence, \u00abHarvard Human Rights Journal\u00bb, 11, 1998, pp. 1-64; D. Pipes, Slave Soldiers and Islam. The Genesis of Military System, Yale University Press, New Haven, 1981.<\/p>\n<p>23\u00a0 Antonio De Lauri interviews William Gervase Clarence-Smith, intervista disponibile al sito web www.shadowsofslavery.org.<\/p>\n<p>molti furono venduti a Kabul\u200924 dove furono impiegati perlopi\u00f9 in qualit\u00e0 di servi domestici. Da Kabul alcuni vennero spostati nuovamente, come si evince per esempio dalla lettura dei \u201cDiaries of Kandahar\u201d. Hazaras in the View of British Diaries (1884-1905).25 Apprendiamo qui che, nel 1891, l\u2019emiro ordin\u00f2 l\u2019invio di 1300 prigionieri hazara a Kandahar affinch\u00e9 fossero distri-buiti come schiavi ai pahstun barakzai, alikozai e nurzai. Sebbene Abdur Rahman avesse bandito la schiavit\u00f9 sul finire del Diciannovesimo secolo,26 proprio quando il \u201cgrande gioco\u201d (o il \u201ctorneo delle ombre\u201d) cominciava a spostarsi verso Est, molti hazara rimasero di fatto schiavi fino a quando Amanullah, nipote di Abdur Rahman, abol\u00ec la schiavit\u00f9 prima con un de-creto nel 1921 e poi con la Costituzione approvata nel 1923, la prima nella storia del paese.27 Ci\u00f2 non significava, tuttavia, che dinamiche di riduzione in schiavit\u00f9 fossero destinate a sparire. Piuttosto, l\u2019asservimento di natura etnico-politica e religiosa (legato a logiche di centralizzazione del potere) andava a intrecciarsi in maniera sempre pi\u00f9 evidente a squilibri sociali di natura economica.28 L\u2019asservimento degli hazara ha storicamente avuto carattere multiforme restando un fenomeno in bilico tra la persecuzione religiosa e politica, una normativa opaca o assente\u200929 e una regolamenta-<\/p>\n<p>24\u00a0 T. Barfield, Afghanistan. A Cultural and Political History, Princeton University Press, Princeton, 2010; S. Wahab \u2013 B. Youngerman, A Brief History of Afghanistan, Infobase Publish-ing, New York, 20102.<\/p>\n<p>25\u00a0 Disponibili online al sito web www.hazara.net<\/p>\n<p>26\u00a0 Nella memoria collettiva degli hazara la figura di Abdur Rahman \u00e8 strettamene legata alla persecuzione e all\u2019asservimento politico e religioso. Il fatto che l\u2019emiro band\u00ec la schiavit\u00f9 induce a considerare ancora una volta l\u2019influenza che il \u201cgrande gioco\u201d esercitava sulle vicende interne. \u00c8 plausibile infatti ipotizzare che l\u2019Inghilterra abolizionista non vedesse di buon occhio il commercio interno di schiavi in Afghanistan e, considerato il mutare degli interessi inglesi e russi, tra un\u2019Asia Centrale ormai zarista e l\u2019Inghilterra proiettata verso Cina, Mongolia e Tibet, le risorse diplomatiche di Abdur Rahman sembravano scarseggiare. \u00c8 simbolicamente interes-sante osservare che proprio suo nipote, Amanullah, che promulg\u00f2 la prima Costituzione nella storia dell\u2019Afghanistan e abol\u00ec la schiavit\u00f9 e il lavoro forzato, fu anche \u201cl\u2019eroe dell\u2019indipenden-za\u201d nel 1919. Inoltre, alle influenze esterne si aggiungevano le pressioni politiche che il governo di Rahamn riceveva dall\u2019interno (su questo aspetto si veda per tutti H.K. Kakar, Government and Society in Afghanistan. The Reign of Amir \u2018Adb al-Rahman Khan, The University of Texas Press, Austin, 1979.<\/p>\n<p>27\u00a0 Sul costituzionalismo afgano si veda A. De Lauri, Afghanistan, cit.<\/p>\n<p>28\u00a0 Con l\u2019affermazione del regime talebano negli anni Novanta del Ventesimo secolo, l\u2019el-emento di persecuzione etnico-politica, nonch\u00e9 religiosa, venne recuperato con vigore, soprat-tutto a danno della popolazione hazara, ri-politicizzando le tensioni sociali tra i diversi gruppi.<\/p>\n<p>29\u00a0 Si tenga conto che la volont\u00e0 centralizzatrice di Abdur Rahman si estese anche all\u2019am-bito giuridico-normativo; si deve proprio all\u2019emiro la prima opera di statalizzazione del potere giudiziario. Le sue riforme si iscrivevano in un processo di reislamizzazione statale con l\u2019inten-to di affermare la shari\u2019a a discapito delle norme consuetudinarie (su questi aspetti si veda A. De Lauri, Entre loi et coutumes. L\u2019interconnexion normative dans les cours de justice de Kaboul, \u00abDi-og\u00e8ne\u00bb, 239-240, 2012\/2013, pp. 66-85). Tuttavia il ricorso alla giurisprudenza islamica, nel caso della schiavit\u00f9, \u00e8 sempre stato controverso poich\u00e9 sebbene questa potesse fornire legittimazi-one giuridica in certe condizioni agendo come \u201cforza di conservazione\u201d, per molti storici e\/o<\/p>\n<p>zione interna non del tutto definita. Una situazione, del resto, non unica nella regione. Non a caso, come ha sottolineato Hopkins,30 la schiavit\u00f9 in Afghanistan, come in altre aree dell\u2019Asia Centrale,31 non era sempre di-stinguibile dalla persecuzione politica o dal dislocamento forzato. Parlando della schiavit\u00f9 in Afghanistan taluni riferiscono di un fenomeno raro, altri sottolineano quanto fosse in conflitto con il codice di comportamento dei pashtun, il pashtunwali, che celebra l\u2019autonomia e l\u2019indipendenza dell\u2019indi-viduo.32 Le memorie della diaspora hazara,33 che attraversano diversi regni e regimi, unite ai racconti e ai canti in patria, narrano comunque di una politica di asservimento protrattasi per molto tempo ed esercitata, anche in precedenza, non solo dai pashtun, ma dagli uzbechi e dai turkmeni: \u00abgi\u00f9 nel regno di Amir Sher \u2018Ali Khan,34 uzbechi e turkmeni schiavizzano gli ha-zara e li vendono in Asia Centrale\u00bb.35<\/p>\n<p>Il fenomeno della schiavit\u00f9 nelle terre che oggi chiamiamo Afghanistan non \u00e8 limitato, in ogni caso, alle politiche di assoggettamento degli haza-ra. La schiavit\u00f9 era presente nei regni che precedettero l\u2019ascesa di Ahmed Khan nel 1747 cos\u00ec come nelle altre aree sulle quali si estese poi il \u201cpugno di ferro\u201d\u200936 di Abdur Rahman. Nella regione nota come Kafiristan (\u201cter-ra degli infedeli\u201d), che l\u2019emiro conquist\u00f2, convert\u00ec e ribattezz\u00f2 Nuristan (\u201cterra della luce\u201d), la popolazione viveva in villaggi situati ai piedi delle colline all\u2019interno dei quali vigeva una linea di demarcazione tra \u201ctribali\u201d e<\/p>\n<p>studiosi di diritto islamico l\u2019impatto dell\u2019islam sulle societ\u00e0 schiaviste ha avuto principalmente un effetto emancipatorio.<\/p>\n<p>30\u00a0 B.D. Hopkins, Race, Sex and Slavery, cit., p. 642.<\/p>\n<p>31\u00a0 Sull\u2019Asia Centrale si vedano anche A.H. Dani \u2013 V. Mikhailovich, History of Civilizations of Central Asia. Development in Contrast: From the Sixteenth to the Mid-Nineteenth Century , UNES-CO Publishing, 2003; R. Grousset, The Empire of the Steppes: A History of Central Asia, Rutgers University Press, New Brunswick, 1970.<\/p>\n<p>32\u00a0 M. Elphinstone, An Account of the Kingdom of Caboul, and Its Dependencies in Persia, Tar-tary, and India, Hurst, London, 1815; B.D. Hopkins, Race, Sex and Slavery, cit.<\/p>\n<p>33\u00a0 Sulla diaspora hazara si vedano per esempio S.H. Changezi \u2013 H. Biseth, Education of Hazara Girls in a Diaspora: Education as Empowerment and an Agent of Change, \u00abResearch in Com-parative and International Education\u00bb, 6, (1), 2011, pp. 79-89; N. Ibrahimi, Shift and Drift in Haz-ara Ethnic Consciousness. The Impact of Conflict and Migration, \u00abCrossroads Asia \u2013 Working Papers Series\u00bb, 5, 2012; A. Monsutti, Guerres et migrations: r\u00e9seaux sociaux et strat\u00e9gies \u00e9conomiques des Hazaras d\u2019Afghanistan, Institut d\u2019ethnologie, Neuch\u00e2tel, 2004; Z. Olszewska, Quetta\u2019s Sectarian Violence and the Global Hazara Awakening, \u00abMiddle East Report\u00bb, 43, 2013, testo disponibile al sito www.merip.org; D. Phillips, Wounded Memory of Hazara Refugees from Afghanistan. Remem-bering and Forgetting Persecution, \u00abHistory Australia\u00bb, 8, (2), 2011, pp. 177-19 ???<\/p>\n<p>34\u00a0 Emiro dell\u2019Afghanistan dal 1863 al 1866 e dal 1868 al 1979, anno della sua morte.<\/p>\n<p>35\u00a0 M.H. Kakar, A Political and Diplomatic History of Afghanistan, Brill, Leiden, 2006, p. 126.<\/p>\n<p>36\u00a0 Questa espressione generalmente utilizzata per narrare la vicenda politica dell\u2019emiro ha in s\u00e9 qualcosa di paradossale se si considera che, a causa di una malattia che lo accompagn\u00f2 nel suo periodo di governo, Rahman arriv\u00f2 a perdere l\u2019uso di piedi e mani; si veda J. Lee, \u2018Abd al-Rah.m\u0101n Kh\u0101n and the \u2018maraz. ul-mul\u016bk\u2019, \u00abJournal of the Royal Asiatic Society\u00bb, Third Series, 1,<\/p>\n<p>(2), 1991, pp. 209-242.<\/p>\n<p>\u201cnon-tribali\u201d, una distinzione che corrispondeva grosso modo alla divisione della societ\u00e0 in liberi (atrogen) e schiavi ( borjan).37 Questi ultimi erano divisi a loro volta in bari e showala e potevano essere artigiani o domestici. Erano di propriet\u00e0 delle famiglie ed erano stati schiavizzati dai kafiri durante le guerre. La posizione degli schiavi-artigiani era migliore poich\u00e9 disponeva-no di propriet\u00e0 ed erano molto importanti per la comunit\u00e0 per via delle loro capacit\u00e0 in quanto carpentieri, conciatori, tessitori, etc.38 La violenta conquista a opera di Abdur Rahman sovvert\u00ec rapidamente l\u2019ordine sociale dei kafiri e poco si sa sulla \u201csopravvivenza\u201d di certe pratiche e certe struttu-re sociali (ufficialmente gli schiavi vennero liberati).<\/p>\n<p><strong>\u201cSchiavi\u201d in guerra<\/strong><\/p>\n<p>Il sito web www.hazararights.com contiene una lettera, disponibile in pi\u00f9 lingue e firmata da poeti di tutto il mondo, indirizzata al Segretario Ge-nerale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, al Presidente della Commissione Europea Jos\u00e9 Manuel Barroso e al Presidente degli Stati Uniti Barack Oba-ma in cui si legge, tra il resto:<\/p>\n<p>Dopo pi\u00f9 di un secolo di crimini sistematici come il genocidio, la schiavit\u00f9, gli abusi e le violenze sessuali, i crimini di guerra e le discriminazioni, essere hazara appare ancora oggi un crimine in paesi come l\u2019Afghanistan e il Pakistan. [\u2026] Nel corso di questo secolo hanno sofferto il genocidio e la schiavit\u00f9 e sono stati ob-bligati con la violenza ad abbandonare le loro terre, situate nel sud del moderno Afghanistan. Pi\u00f9 del 60% di questa popolazione \u00e8 stata uccisa e migliaia di loro sono stati venduti come schiavi. L\u2019intera storia del XX secolo in Afghanistan \u00e8 stata contrassegnata dalle uccisioni e dalle discriminazioni nei confronti di questo popolo.<\/p>\n<p>Per quanto non tutti gli hazara abbiano conosciuto la schiavit\u00f9, le poli-tiche di asservimento occupano una posizione centrale nella rappresenta-zione interna ed esterna di questa popolazione. Nel lungo raggio dell\u2019oriz-zonte storico la vicenda degli hazara corrisponde prevalentemente a una storia di persecuzione ma anche, in parallelo, di emancipazione attraverso la guerra (fatta per difendersi e reagire o per sfuggire alla povert\u00e0). Per controllare l\u2019Hazarajat lo stesso Abdur Rahman dovette impegnarsi in pi\u00f9 battaglie e lungo tutto il Ventesimo secolo i conflitti di varia natura marto-riarono a intermittenza le aree a maggioranza hazara con conseguenti fasi di emigrazione massiccia verso le citt\u00e0 principali e i paesi confinanti. Con il colpo di Stato del 1978 le ondate migratorie si intensificarono drammati-camente facendo di Quetta un importante centro per la comunit\u00e0 hazara. Verso la met\u00e0 degli anni Settanta nell\u2019Hazarajat vi fu un tentativo di or-<\/p>\n<p>37\u00a0 M.H. Kakar, A Political and Diplomatic History of Afghanistan, cit., p. 142.<\/p>\n<p>38\u2002 Ivi, p. 146.<\/p>\n<p>ganizzazione politica regionale attraverso la Shura-e ittefaq, inizialmente concepita come punto di riferimento dei movimenti di resistenza con l\u2019o-biettivo di riunire i diversi gruppi che agivano autonomamente, spesso in conflitto tra loro. Quando la Shura venne istituita la leadership fu in buona parte composta da sayyid. Questi ultimi, considerati discendenti del profe-ta, molti dei quali senza una specifica formazione religiosa, formavano una sorta di rete in tutto l\u2019Hazarajat fungendo da mediatori in tempo di pace e da supporto ai leader in tempo di crisi. La Shura si diede presto un\u2019organiz-zazione di tipo \u201cstatale\u201d, particolarmente rigida per quanto riguardava que-stioni legate alla tassazione e alla coscrizione. Fu infatti istituita una milizia e buona parte della popolazione venne disarmata. Verso la met\u00e0 del 1981 le operazioni militari sovietiche e governative cessarono nell\u2019Hazarajat; la leadership della Shura, insieme a un gruppo di sheikh (islamisti formatisi in Iran), lanci\u00f2 una brutale campagna per eliminare la vecchia guardia politi-ca. Inizialmente l\u2019indipendenza amministrativa fu salutata con favore dalla popolazione anche se, ben presto, la Shura cominci\u00f2 a divenire impopolare perch\u00e9 troppo repressiva e corrotta. Una dura guerra interna, che cost\u00f2 molte vite, ebbe luogo in quegli anni nell\u2019Hazarajat. Nel 1989 venne istitu-ito l\u2019Hezb-e wahdat (\u201cPartito dell\u2019unit\u00e0\u201d) che, pur senza rompere i legami con l\u2019islamismo, cominci\u00f2 a porre particolare enfasi sull\u2019appartenenza etni-ca e sui diritti degli hazara.39 Di l\u00ec a poco, tuttavia, una nuova piaga sarebbe stata inflitta agli hazara per mano dei talebani, particolarmente aggressivi nei confronti di questa minoranza sciita.40<\/p>\n<p>Nello scenario politico attuale questi frammenti storici ricompongo-no nel loro insieme un quadro dal quale trasudano senso di appartenen-za, desiderio di riscatto e volont\u00e0 di affermazione politica. \u00abTutto quello che abbiamo ottenuto lo abbiamo sempre ottenuto combattendo\u00bb sembra essere uno slogan virale tra molti hazara ai giorni d\u2019oggi. Che fosse per motivi di difesa e sopravvivenza, di riorganizzazione politica interna o di fuga, la chiamata alle armi ha sicuramente pervaso il senso di collettivit\u00e0 delle comunit\u00e0 hazara, almeno dalla met\u00e0 del Diciannovesimo secolo in poi. Particolare attenzione merita la \u201cscelta\u201d della guerra come mezzo per evadere da una condizione di vita considerata inaccettabile. Bench\u00e9 assen-<\/p>\n<p>39\u00a0 A. De Lauri, Afghanistan, cit., pp. 248-249; K.B. Harpviken, Trascending Traditionalism:<\/p>\n<p>The Emergence of Non-State Military Formations in Afghanistan, \u00abJournal of Peace Research\u00bb, 34,<\/p>\n<p>(3), 1997, pp. 271-287.<\/p>\n<p>40\u00a0 Gli hazara \u2013 considerati dai talebani dei munafaqeen, degli ipocriti, lontani dal vero islam \u2013 subirono duramente il regime talebano. Solo nell\u2019agosto del 1998, a Mazar-i-sharif, furono uccisi circa 8000 hazara in quello che viene ricordato come un vero e proprio mas-sacro. Sul regime talebano si vedano R.D. Crews \u2013 A. Tarzi (eds.), The Taliban and the Crisis of Afghanistan, Harvard University Press, Cambridge, 2008; W. Maley (ed.), Fundamentalism Reborn? Afghanistan under the Taliban, New York University Press, New York, 1998; A. Misra, The Taliban, Radical Islam and Afghanistan , \u00abThird World Quarterly\u00bb, 23, (3), 2002, pp. 577-589; A. Rashid, Taliban: Militant Islam, Oil and Fundamentalism in Central Asia, Yale University Press, New Haven, 2000.<\/p>\n<p>te dai dibattiti specialistici, quella degli hazara \u00e8 una vicenda comparabile ad altri casi ben pi\u00f9 presenti nella letteratura su guerra e schiavit\u00f9.41 Sono essenzialmente tre le grandi questioni in gioco: la guerra come mezzo per schiavizzare; la partecipazione alla guerra come via di fuga dalla schiavit\u00f9 e dall\u2019asservimento (e dalla povert\u00e0, dall\u2019isolamento\u2026); la produzione di marginalit\u00e0 estrema, cio\u00e8 di \u201cnuovi schiavi\u201d da poter utilizzare in guerra. Sono chiaramente problematiche strettamente collegate tra loro che rive-lano l\u2019inesorabile nesso che esiste tra il sistema della guerra e la costante presenza di esseri umani a disposizione.42<\/p>\n<p>Nelle guerre imperiali del Diciottesimo secolo vi erano due tipi di schiavi -soldato: coloro che furono costretti a impugnare le armi e coloro che lo fecero senza il consenso dei padroni. \u00c8 questa seconda categoria che diventa rilevante nel tentativo di seguire la linea rossa che unisce la guerra a un (presunto) processo di emancipazione individuale e collettiva. Certamente, come \u00e8 stato osservato,43 qualche soldo, uno stomaco pieno e una uniforme costituivano una potente fonte di attrazione, specialmente per gli schiavi posti al gradino pi\u00f9 basso della gerarchia sociale. Ma non \u00e8 da dare per scontato, tuttavia, il passaggio dalla \u201cfuga dalla schiavit\u00f9\u201d alla disponibilit\u00e0 a combattere in guerra. Nonostante potrebbe apparire facil-mente intuibile che essere un soldato sia meglio di essere uno schiavo o un emarginato, vi \u00e8 da considerare un ulteriore, bens\u00ec cruciale, elemento, cio\u00e8 che il soldato non solo rischia la propria vita in battaglia, ma \u00e8 disposto a uccidere (talvolta per motivi estranei al proprio vissuto quotidiano). Si tratta di un aspetto della condizione umana che sarebbe superficiale consi-derare acriticamente. Non posso qui concentrarmi sulla propaganda politi-<\/p>\n<p>41\u00a0 Si vedano per esempio R. Bessel \u2013 N. Guyatt, J. Rendall (eds.), War, Empire and Slavery,<\/p>\n<p>1770-1830, Palgrave, Richmond, 2010; D.A. Blackmon, Slavery by Another Name. The Re-enslave-ment of Black Americans from the Civil War to World War II, Anchor Books, New York, 2009; P. Blanchard, Under the Flags of Freedom: Slave Soldiers and the Wars of Independence in South America, University of Pittsburgh Press, Pittsburgh, 2008; G. Boritt \u2013 S. Hancock (eds.), Slav-ery, Resistance, Freedom, Oxford University Press, Oxford, 2007; D.P. Geggus, Slavery, War, and Revolution. The British Occupation of Saint Domingue, 1793-1798, Clarendon Press, Oxford, 1982; A. Isaacman, D. Peterson, Making the Chikunda: Military Slavery and Ethnicity in Southern Africa, 1750-1900, \u00abThe International Journal of African Historical Studies\u00bb, 36, (2), 2003, pp. 257-281; D.H. Johnson, Recruitment and Entrapment in Private Slave Armies: The Structure of the Zar\u00e4\u2019ib in the Southern Sudan, \u00abSlavery and Abolition: A Journal of Slave and Post-Slave Studies\u00bb, 13, (1), 1992, pp. 162-173; D.H. Johnson, The Structure of a Legacy: Military Slavery in Northeast Africa, \u00abEthnohistory and Africa\u00bb, 36, (1), 1989, pp. 72-88; M.J. Jok, War and Slavery in Sudan, University of Pennsylvania Press, Philadelphia, 2001; A. La Rocca, Liberi e schiavi nella prima guerra servile di Sicilia, \u00abStudi storici\u00bb, 45, (1), 2004, pp. 149-167; A.R. Meyers, Slave Soldiers and State Politics in Early \u2018Alawi Morocco, 1668 \u2013 1727, \u00abThe International Journal of African Historical Studies\u00bb, 16,<\/p>\n<p>(1), 1983, pp. 39-48; D.J. Meyers, And the War Came. The Slavery Quarrel and the American Civil War, Algora Publishing, New York, 2005.<\/p>\n<p>42\u00a0 Riprendo qui l\u2019efficace definizione utilizzata da Kevin Bales per narrare le contempo-ranee forme di sfruttamento nell\u2019economia mondiale; si veda K. Bales, Disposable People. New Slavery in the Global Economy, University of California Press, Los Angeles, 2004.<\/p>\n<p>43\u00a0 D.P. Geggus, Slavery, War, and Revolution, cit.<\/p>\n<p>ca, sulle forme di strumentalizzazione e sul potere di \u201cgestire\u201d la guerra.44 Vorrei invece mettere in evidenza una questione tendenzialmente data per scontata nella sopra menzionata letteratura su guerra e schiavit\u00f9, vale a dire l\u2019idea che la guerra, e quindi l\u2019uccisione di altri esseri umani, possa essere concepita come qualcosa di accettabile, forse anche auspicabile, per un aspirante soldato, nella misura in cui implichi un effetto emancipato-rio. \u00c8 chiaramente un aspetto su cui, ancora nei conflitti odierni, gruppi combattenti e governi fanno leva per legittimare il conflitto e arruolare \u201csoldati\u201d.<\/p>\n<p>Se la storia moderna degli hazara, come accennavo, \u00e8 una storia di persecuzione, lo \u00e8 anche di guerra e volont\u00e0 di emancipazione, due tratti dell\u2019umanit\u00e0 apparentemente distanti ma, in realt\u00e0, legati da un filo sottile. Le due principali \u201cstrategie\u201d emancipatorie degli hazara sono storicamen-te state la migrazione e, secondo un meccanismo diverso, l\u2019arruolamento. Agli inizi del Ventesimo secolo, giovani hazara furono arruolati nell\u2019eserci-to indiano, l\u2019Indian Army.45 Il reggimento degli hazara pioneers nacque nel 1904 a Quetta e fu sciolto nel 1933. Il generale di brigata dell\u2019Indian Army, N. L. St. Pierre Bunbury, scrisse nel 1949 un breve libretto dedicato a questo gruppo di soldati:\u200946<\/p>\n<p>Essendo trascorsi sedici anni da quando gli hazara pioneers furono congedati, ri-tengo che una breve storia di questi uomini e del loro reggimento, scritta prima che la memoria sbiadisca, possa essere di qualche interesse. Data la scarsa docu-mentazione a disposizione, non \u00e8 stato possibile fare di pi\u00f9 di questo breve reso-conto. Spero comunque che possa essere d\u2019aiuto a coloro interessati agli hazara per rivivere memorie felici di chi ebbe il privilegio di servire al fianco di questi splendidi uomini.47<\/p>\n<p>44\u00a0 Per una riflessione antropologica pi\u00f9 articolata sulla guerra si vedano A. De Lauri (ed.), War, \u00abAntropologia, XIII\u00bb, 16, 2013; J. Haas (ed.), The Anthropology of War, Cambridge University Press, Cambridge, 1990; L. Jourdan (ed.), Etnografie della guerra e del post-guerra, \u00abAntropologia\u00bb, 2, (1), n.s., 2015; K.F. Otterbein, The Anthropology of War, Waveland Press, Long Grove, 2009.<\/p>\n<p>45\u00a0 Esiste una interessante letteratura sull\u2019Indian Army. Qui segnalo O. Khalidi, Ethnic Group Recruitment in the Indian Army: The Contrasting Cases of Sikhs, Muslims, Gurkhas and Others, \u00abPacific Affairs\u00bb, 74, (4), 2002, pp. 529-552; P.E. Razzel, Social Origins of Officers in the Indian and British Home Army: 1758-1962, \u00abThe British Journal of Sociology\u00bb, 14, (3), 1963, pp. 248-260; K. Roy, Recruitment Doctrines of the Colonial Indian Army: 1859-1913, \u00abThe Indian Economic and Social History Review\u00bb, 34, (3), 1997, pp. 321-354; K. Roy, The Construction of Regiments in the Indian Army: 1859-1913, \u00abWar in History\u00bb, 8, (2), 2001, pp. 127-148.<\/p>\n<p>46\u00a0 Per una generale comprensione del quadro storico e della variegata composizione dell\u2019esercito indiano si vedano J. Donovan, India\u2019s Army, Shubhi Publications, Gurgaon, 1999; T.A. Heathcote, Indian Army: The Garrison of British Imperial India, 1822-1922, David&amp;Charles PLC, Devon, 1974; J. Gaylor, Sons of John Company: The Indian and Pakistan Armies 1903-91, Spellmount, UK, 1992; M. Philip, A Matter of Honour: An Account of the Indian Army, Its Officers and Men, Papermac, 1986; S. Singh, Battle Honours of the Indian Army, 1757-1971, Vision Books, New Delhi, 1993.<\/p>\n<p>47\u00a0 N.L. St. P. Bunbury, A Brief History of the Hazara Pioneers, 1949, pp. 3-4.<\/p>\n<p>Dopo aver abbozzato una (a tratti oggettivante e culturalista) \u201cpresen-tazione\u201d degli hazara, Bunbury scriveva:<\/p>\n<p>In tempi normali un considerevole numero di hazara era solito approdare in India per poter lavorare, specialmente in mestieri duri come il minatore, etc. Nel 1903-1904, tuttavia, a causa della persecuzione estrema perpetrata dagli afgani [pa-shtun], grandi ondate di rifugiati hazara si riversarono in India. Fu proprio mentre attraversava la frontiera che, nel 1904, Lord Kitchener, al tempo comandante in capo in India, ordin\u00f2 al maggiore C. W. Jacob di formare un battaglione di haza-ra pioneers. In precedenza, gli unici hazara presenti nell\u2019esercito indiano erano i membri delle 124\u00b0 e 126\u00b0 fanterie baluchi e alcune truppe della cavalleria.48<\/p>\n<p>In fuga dalla persecuzione, gli hazara trovarono rifugio nell\u2019esercito indiano. Qui la vita era comunque dura e continuamente messa in peri-colo, ma libera di essere vissuta dignitosamente (nei termini della retorica militaresca).<\/p>\n<p>A partire dalla guerra del 1914-1918, fu sempre pi\u00f9 difficile reclutare hazara pro-venienti dall\u2019Hazarajat. La maggior parte delle nuove reclute veniva dalle colonie stanziate nell\u2019area di Meshed. A questi uomini, tuttavia, mancavano le qualit\u00e0 mi-gliori di cui disponevano invece gli hazara provenienti dagli altipiani afgani. La difficolt\u00e0 nel reperire nuove forze di questo tipo era dovuta principalmente a un cambiamento degli afgani [pashtun] nei confronti degli hazara che non erano pi\u00f9 trattati malamente ed erano ora liberi di arruolarsi nell\u2019esercito afgano. Inoltre, il governo afgano chiese al governo indiano di non arruolare pi\u00f9 hazara nell\u2019esercito indiano. Di conseguenza, con lo scioglimento degli hazara pioneers, nessun haza-ra fu pi\u00f9 arruolato nell\u2019esercito indiano.49<\/p>\n<p>Al di l\u00e0 del fatto che, a ben vedere, le relazioni tra pashtun e hazara in patria continuavano a essere difficili, gli hazara pioneers rappresentava-no di fatto una generazione spinta tra le braccia dell\u2019esercito dalle gravi condizioni di vita cui erano costretti. In un recente articolo Linda Green\u200950 ha spiegato come gli Yup\u2019ik (popolazione nativa del Nord America) che si arruolano nelle forze armate americane siano intrappolati in un duplice movimento: da un lato la loro marginalit\u00e0 sociale li rende \u201cpersone dispo-nibili\u201d per la guerra, dall\u2019altro l\u2019arruolamento diventa uno strumento per tentare di sfuggire alla povert\u00e0, alla disoccupazione, all\u2019esclusione sociale. Tuttavia si tratta di un tentativo destinato a fallire poich\u00e9 la guerra produce a sua volta cicatrici che permangono ben oltre il conflitto armato rigene-rando, pertanto, forme di umanit\u00e0 che, estendendo la riflessione di Guha,51 vengono relegate ai limiti della narrazione storica.<\/p>\n<p>48\u00a0 Ivi, p. 10.<\/p>\n<p>49\u00a0 Ivi, pp. 13-14.<\/p>\n<p>50\u00a0 L. Green, Betwixt and Between: Yup\u2019ik Combat Soldiers and the Burden of Wars, \u00abAntropo-logia\u00bb, XIII, 16, 2013, pp. 113-132.<\/p>\n<p>51\u00a0 R. Guha, History at the Limit of World-History, Columbia University Press, New York, 2002.<\/p>\n<p><strong>Emancipazione?<\/strong><\/p>\n<p>Presso i National Archives di Kew Garden (Regno Unito) sono reperibili i documenti relativi alle numerose medaglie ricevute dagli hazara pioneers durante il servizio prestato. Medaglie che simboleggiano in qualche modo il riscatto hazara da una condizione di emarginazione e asservimento, ma che, allo stesso tempo, rievocano i tumulti e le perdite umane delle batta-glie. Sembra impossibile, infatti, sfuggire alla logica descritta da Green: la rincorsa all\u2019emancipazione attraverso la \u201cvia delle armi\u201d finisce inevitabil-mente col riprodurre le condizioni di miseria che hanno originariamente motivato la stessa chiamata alle armi.<\/p>\n<p>Per comprendere tutte le implicazioni in gioco nella dinamica asservi-mento-guerra-emancipazione occorre esplorare le conseguenze di lunga durata prodotte dal modo in cui ci si emancipa. Nell\u2019aprile del 2008, al termi-ne di un\u2019udienza tenutasi presso la Corte del Secondo Distretto di Kabul, un anziano hazara, commentando le disavventure giudiziarie della propria fa-miglia, mi disse: \u00abNon si pu\u00f2 rimediare all\u2019ingiustizia sempre con il pugno. Noi lo sappiamo bene\u00bb. Mi piace pensare, a distanza di anni, che quel \u201cnoi\u201d facesse riferimento a un orizzonte pi\u00f9 ampio rispetto alla famiglia. Riper-correre la storia degli hazara significa in una certa misura confrontarsi con questo inesorabile meccanismo di riproduzione di \u201cumanit\u00e0 a disposizio-ne\u201d. Per evitare rigide campagne di asservimento, vere e proprie ondate di hazara hanno migrato e migliaia hanno combattuto. La reiterazione di una storia di emancipazione collettiva continuamente riproiettata nel futuro \u00e8 divenuta una sorta di feticcio che ha fornito alla logica del conflitto una for-za non solo legittimante, ma anche \u201cattraente\u201d. Ci\u00f2 appare ancor pi\u00f9 vero se si considera che, quando non impegnati a combattere contro aggressori esterni, gli hazara combattevano tra di loro (si pensi alle violenze esercitate nella seconda met\u00e0 del Ventesimo secolo allo scopo di rifondare politica-mente l\u2019Hazarajat). Alessandro Monsutti ha osservato il modo in cui, no-nostante i conflitti interni durante questo periodo e le dure implicazioni dei combattimenti e delle migrazioni forzate, \u00abla guerra ha paradossalmente aperto nuove porte per gli hazara che hanno di conseguenza vissuto un processo di accrescimento politico ed economico\u00bb. Oggi, aggiunge Mon-sutti, \u00abhanno guadagnato un ruolo sulla scena nazionale che non erano mai riusciti a conquistare fin dalla loro incorporazione nello Stato afgano\u200952 alla fine del Diciannovesimo secolo\u00bb.53 Tuttavia, la capacit\u00e0 di aspirare al futu-ro\u200954 \u00e8 rimasta vincolata, in tali circostanze, alla ripetitivit\u00e0 della violenza<\/p>\n<p>52\u00a0 Su questo aspetto si veda anche N. Ibrahimi, Shift and Drift in Hazara Ethnic Conscious-ness, cit.<\/p>\n<p>53\u00a0 A. Monsutti, \u201cHazara History\u201d, cit.<\/p>\n<p>54\u00a0 A. Appadurai, Il futuro come fatto culturale. Saggi sulla condizione globale, Raffaello Corti-na, Milano, 2014 [2013].<\/p>\n<p>collettiva e dell\u2019ambizione di potere. Appare, in tal senso, particolarmente appropriata la lezione di Aug\u00e9 in Poteri di vita, poteri di morte:\u200955 l\u2019emancipa-zione politica \u00e8 nutrita dal desiderio di (ri)affermazione individuale e, per estensione, dalla necessit\u00e0 collettiva di respingere il potere che significa, a sua volta, rivendicarlo. Cos\u00ec intesa l\u2019emancipazione politica pu\u00f2 dirsi com-piuta allorch\u00e9 sia conquistato il potere, ma ci\u00f2 costringe, come nel caso degli hazara, l\u2019idea di emancipazione all\u2019interno di un circolo vizioso.<\/p>\n<p>Quella che Mats Utas ha chiamato rimarginalizzazione degli ex-com-battenti potrebbe applicarsi alle comunit\u00e0 hazara presso le quali la povert\u00e0 e la mancanza di opportunit\u00e0 hanno mantenuto vivo quel continuum tra condizioni di guerra e di pace.56 Dietro la facciata di un\u2019emancipazione col-lettiva guadagnata, linguaggio che i leader hazara reiterano nelle attuali campagne politiche, permangono profondi problemi economici e sociali nonch\u00e9 relazioni entico-politiche difficili con altri gruppi. La storia degli hazara spinge a confermare che, attraverso il ricorso alla guerra e alla vio-lenza collettiva, la possibilit\u00e0 di immaginare un futuro sociale svincolato da una visione del mondo estremamente gerarchizzata e sopraffatta dal desi-derio di \u201cdominio\u201d rimane impresa ardua. L\u2019emancipazione etnico-politica potrebbe apparire, in questa dinamica, come il mantello sotto il quale le \u201combre della schiavit\u00f9\u201d e le \u201combre della guerra\u201d tendono a confondersi.<\/p>\n<p>\u00c8 bene specificare, a questo punto, la nozione stessa di emancipazione.57 Ernesto Laclau\u200958 ha individuato alcune caratteristiche, tra le quali: 1) la di-mensione olistica dell\u2019emancipazione (cio\u00e8 il suo \u201cpervadere\u201d ogni aspetto della vita sociale); 2) la pre-esistenza di ci\u00f2 da cui occorre emanciparsi (non c\u2019\u00e8 emancipazione, sottolinea Laclau, in mancanza di oppressione e non c\u2019\u00e8 oppressione senza che vi sia qualcosa cui viene negato, da forze oppressive, il libero sviluppo. Per questo motivo l\u2019emancipazione non \u00e8 un atto creativo, ma un atto di liberazione); 3) la \u201cdimension of ground\u201d (per essere compiuto,<\/p>\n<p>55\u00a0 M. Aug\u00e9, Poteri di vita, poteri di morte. Introduzione a un\u2019antropologia della repressione, Raf-faello Cortina, Milano, 2003 [1977].<\/p>\n<p>56\u00a0 M. Utas, Building a Future? The Reintegration and Remarginalization of Youth in Liberia, in No Peace, No War. An Anthropology of Contemporary Armed Conflicts, a cura di P. Richards, Ohio University Press, Athens, 2005.<\/p>\n<p>57\u00a0 Per approfondimenti sul concetto di emancipazione e del suo legame con schiavit\u00f9\/ guerra si vedano S. Beckert, Emancipation and Empire: Reconstructing in Worldwide Web of Cotton Production in the Age of the American Civil War, \u00abAmerican Historical Review\u00bb, 109, (5), 2004,<\/p>\n<ol start=\"2000\">\n<li>1405-1438; I. Berlin et alii, Slaves No More. Three Essays on Emancipation and the Civil War, Cambridge University Press, Cambridge, 1992; Slavery and South Asian History, a cura di I. Chat-terjee, R.M. Eaton, Indiana University Press, Bloomington, 2006; W. Dooling, Slavery, Emanci-pation and Colonial Rule in South Africa, Ohio University Press, Athens, 2007; R.L. Ransom, Con-flict and Compromise: The Political Economy of Slavery, Emancipation, and the American Civil War, Cambridge University Press, Cambridge, 1989; J. Stephenson, Emancipation and Its Problems: War and Society in W\u00fcrttemberg 1939-45, \u00abEuropean History Quarterly\u00bb, 17, (3), 1987, pp. 345-365; H. Temperley (ed.), After Slavery. Emancipation and Its Discontents, Frank Cass Publishers, Portland, 2000.<\/li>\n<\/ol>\n<p>58\u00a0 E. Laclau, Emancipation(s), Verso, London, 1996.<\/p>\n<p>un processo emancipatorio deve aver luogo nella sua concretezza, in una piena dimensione sociale). Quest\u2019ultima caratteristica fornisce sicuramente spunti di riflessione in relazione alla vicenda hazara: che tipo di emanci-pazione ha avuto luogo attraverso la guerra? Quale idea di emancipazione ha potuto affermarsi? Se da un lato \u00e8 stato possibile, per certe fasce della popolazione hazara, conquistare un ruolo politico a livello nazionale, quella che Laclau chiama \u201cdimension of ground\u201d \u00e8 probabilmente mancata. E, se siamo d\u2019accordo con lo studioso argentino nel sostenere che l\u2019emancipa-zione diviene contraddittoria qualora sopravviva un residuo di oppressione che rimane al di l\u00e0 delle capacit\u00e0 trasformative delle pratiche emancipatorie, allora potremmo riconoscere che il presunto processo di emancipazione de-gli hazara risulta quantomeno problematico dal momento che molti vivono ancora oggi non solo in condizioni di povert\u00e0 e impossibilit\u00e0 di accesso alle risorse, ma subiscono anche forme politiche e religiose di discriminazio-ne e marginalizzazione. Tali riflessioni permettono di ricondurre in senso comparativo la storia degli hazara agli studi sulla complessa relazione tra \u201cpost-schiavit\u00f9\u201d ed emancipazione\u200959 rifiutando comunque quelle analisi che, centrate sull\u2019atto pubblico-giudirico che aboliva formalmente la schia-vit\u00f9, hanno teso a ignorare proprio la \u201cdimension of ground\u201d.<\/p>\n<p><strong>Conclusioni<\/strong><\/p>\n<p>La vicinanza tra emancipazione collettiva e ricerca della dignit\u00e0 umana\u200960 potrebbe essere meno scontata di quanto si possa pensare. Se un proces-so di emancipazione collettiva attraverso la guerra pu\u00f2 implicare rilevanza politica e riconoscimento di diritti sulla carta, pi\u00f9 difficilmente pu\u00f2 porta-re dignit\u00e0 e libert\u00e0 effettiva a coloro che combattono in quanto la guerra<\/p>\n<p>59\u00a0 Si vedano tra gli altri S.L. Engerman, Slavery and Emancipation in Comparative Perspective: A Look at Some Recent Debates, \u00abThe Journal of Economic History\u00bb, 46, (2), 1986, pp. 317-339; L.E. Horton, From Class to Race in Early America: Northern Post-Emancipation Racial Reconstruc-tion, \u00abJournal of the Early Republic\u00bb, 19, (4), 1999, pp. 629-649; K.F. Olwig (ed.), Small Islands, Large Questions. Society, Culture and Resistance in the Post-Emancipation Caribbean, Routledge, Abingdon, 2013; P.W. Romero, Where Have All the Slaves Gone? Emancipation and Post-Emancipa-tion in Lamu, Kenya, \u00abJournal of African History\u00bb, 27, (3), 1986, pp. 497-512; Racism and Colonial-ism, a cura di R. Ross, Martinus Nijhoff Publishers, Leiden, 1982; A.D. Stanley, From Bondage to Contract. Wage Labor, Marriage, and the Market in the Age of Slave Emancipation, Cambridge University Press, Cambridge, 1998.<\/p>\n<p>60\u00a0 Sul concetto, talvolta ambiguo, di dignit\u00e0 umana si vedano per esempio Sanctity of Life and Human Dignity, a cura di K. Bayertz, Kluwer Academic Publishers, Dordrecht\/Boston\/ London, 1996; G. Collste, Is Human Life Special? Religious and Philosophical Perspectives on the Principle of Human Dignity, Peter Lang, Bern, 2002; J. Habermas, The Concept of Human Dig-nity and the Realistic Utopia of Human Rights, \u00abMetaphilosophy\u00bb, 41, (4), 2010, pp. 464-480; J. Malpas \u2013 N. Lickiss (eds.), Perspectives on Human Dignity: A Conversation, Springer, Dordrecht, 2007; M. Rosen, Dignity: Its History and Meaning, Harvard University Press, Cambridge, 2012; H. Spiegelberg, Human Dignity: A Challenge to Contemporary Philosophy, \u00abWorld Futures: The Journal of New Paradigm Research\u00bb, 9, (1-2), 1971, pp. 39-64.<\/p>\n<p>ha la capacit\u00e0 di riprodurre, in forme differenti, condizioni di marginalit\u00e0, precariet\u00e0 e isolamento. Olivier P\u00e9tr\u00e9-Grenouilleau\u200961 ha ribadito come le strategie di fuga da situazioni di asservimento abbiano spesso l\u2019effetto di ri-produrre gli stessi \u201csistemi schiavisti\u201d sia a livello \u201cdemografico\u201d sia a livello \u201cstatutario\u201d. Ci\u00f2 comporta alcune fondamentali conseguenze tra le quali il fatto che, a poche \u201cstorie di successo\u201d, si oppongono frequentemente processi di consolidamento delle iniquit\u00e0 sociali e, pertanto, possibilit\u00e0 di continuo sfruttamento umano. Le forme estreme di dipendenza e di ridu-zione in schiavit\u00f9 nell\u2019Afghanistan odierno attirano una certa attenzione da parte delle agenzie umanitarie che interpretano questi fenomeni come \u201cnuove schiavit\u00f9\u201d o come retaggi di forme passate di sfruttamento. Tut-tavia uno studio attento alla storia della schiavit\u00f9 e dell\u2019emancipazione in Afghanistan potrebbe rivelare come le forme attuali di asservimento siano, in maniera meno intuibile, strettamente collegate a processi emancipatori ambivalenti e fallimentari.<\/p>\n<p>In Afghanistan, la sensazione di incertezza verso il domani provoca sentimenti di contrasto e di antagonismo. Il fantasma di un collasso del sistema rimane una paura diffusa per molti afgani e ci\u00f2 ingenera forme di sopravvivenza che opprimono la percezione del futuro a vantaggio di un presente espulso dalla storia.62 L\u2019emancipazione incompiuta degli haza-ra condensa alcuni tratti salienti della pi\u00f9 generale storia dell\u2019Afghanistan, un paese \u201cfuori dal tempo\u201d per alcuni o imprigionato in una condizione pre-moderna per altri. Un quasi-paese in cui le lotte intestine si sono inter-vallate con progetti imperialisti e coloniali (tra i pi\u00f9 recenti quelli britannici, sovietici e americani). Gli hazara in Afghanistan sono specchio, attraverso un meccanismo paradossale e drammatico, di quello che \u00e8 l\u2019Afghanistan nel mondo. Se il legame che ho qui discusso tra asservimento, guerra ed emancipazione pu\u00f2 servire da lente per comprendere la storia degli hazara, a un altro livello pu\u00f2 fornire elementi utili per analizzare la storia stessa dell\u2019Afghanistan che, nonostante un\u2019indipendenza in procinto di compiere cento anni (2019), rimane, nello scenario geopolitico, un paese in bilico tra il collasso politico e la totale dipendenza (in senso economico e militare) da governi stranieri.<\/p>\n<p><strong>RIASSUNTO-SUMMARY<\/strong><\/p>\n<p>Questo articolo analizza il legame che intercorre tra politiche di asservimen-to, guerra ed emancipazione collettiva con particolare riferimento agli hazara, una minoranza etnico-religiosa dell\u2019Afghanistan. L\u2019obiettivo principale \u00e8 quello di<\/p>\n<p>61\u00a0 O. P\u00e9tr\u00e9-grenouilleau, Processes of Exiting the Slave Systems: A Typology, in Slave Sys-tems: Ancient and Modern, a cura di E. Dal Lago, C. Katsari, Cambridge University Press, Cam-bridge, 2008.<\/p>\n<p>62\u00a0 A. De lauri, Afghanistan, cit., p. 215.<\/p>\n<p>mettere in evidenza le ambivalenze e le problematiche che hanno accompagnato il processo emancipatorio degli hazara, segnato dal ricorso alla guerra e alla vio-lenza su larga scala. Oggi l\u2019asservimento politico subito dagli hazara costituisce un elemento fondamentale del loro \u2018discorso politico\u2019 e della loro identit\u00e0 collettiva. Tuttavia la retorica dell\u2019emancipazione pu\u00f2 essere fuorviante per comprendere i processi storici che hanno caratterizzato tanto la loro schiavit\u00f9 quanto le loro \u2018strategie di fuga\u2019 dall\u2019asservimento.<\/p>\n<p>This article analyses the link between politics of enslavement, war and col-lective emancipation with particular reference to the Hazaras, an ethnic-religious minority of Afghanistan. The main objective of this paper is to highlight the am-bivalence and concerns that have accompanied the emancipatory process of the Hazaras \u2013 marked by war and large-scale violence. Today the political subjugation suffered by the Hazaras is a key element of their \u2018political discourse\u2019 and collective identity. However the rhetoric of emancipation can be misleading when used to understand the historical processes that have characterized Hazaras\u2019 enslavement as well as their \u2018exiting strategies\u2019.<\/p>\n<p>Direttore Responsabile<\/p>\n<p>Prof. Pietro Clemente<\/p>\n<p>Universit\u00e0 degli Studi di Firenze<\/p>\n<p>Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo<\/p>\n<p>Registrazione del Tribunale di Firenze n. 140 del 17-11-1949<\/p>\n<p>FINITO DI STAMPARE<\/p>\n<p>PER CONTO DI LEO S. OLSCHKI EDITORE<\/p>\n<p>PRESSO ABC TIPOGRAFIA \u2022 SESTO FIORENTINO (FI)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Un interessante articolo accademico a cura dell&#8217;antropologo\u00a0Antonio De Lauri di cui riportiamo qui un estratto.\u00a0Il testo intero in PDF \u00e8 consultabile <a href=\"https:\/\/www.cmi.no\/publications\/file\/6042-gli-hazara-dellafghanistan-tra-asservimento.pdf\">qui<\/a><\/p>\n<h1>&#8220;Gli hazara dell&#8217;Afghanistan tra asservimento, guerra ed emancipazione&#8221; &#8211; Antonio De Lauri &#8211; LARES Quadrimestrale di studi demoetnoantropologici vol. 2016\/2<\/h1>\n<p><strong>Gli hazara e la schiavit\u00f9<\/strong><\/p>\n<p>Nella prima met\u00e0 del Diciottesimo secolo le popolazioni afgane si opposero ai safavidi conseguendo sempre maggiori vittorie in battaglia. Una svolta fondamentale, per\u00f2, si ebbe nel 1747 quando, alla morte di Nadir Shah, Ahmed Khan venne nominato da una loya jirga (la \u201cgrande assemblea\u201d) reggente delle confederazioni pashtun. Ahmed Khan pass\u00f2 alla storia come durr-e durran (\u201cperla delle perle\u201d) e anche la confederazione cui apparteneva prese il nome \u201cdurrani\u201d. Il 1747, dunque, viene considerato l\u2019anno di nascita dell\u2019Afghanistan, anche se dovette trascorrere molto tempo prima che una forma statale pi\u00f9 o meno identificabile, quale l\u2019Afghanistan che oggi conosciamo, facesse la propria comparsa. Ahmed Khan, il quale cambi\u00f2 successivamente titolo in Ahmed Shah, controllava un regno che non poteva definirsi, infatti, uno Stato vero e proprio.<\/p>\n<p>Era il consenso delle trib\u00f9 che, in quanto prodotto di alleanze politiche, conferiva ad Ahmed Shah la possibilit\u00e0 di regnare all\u2019interno di un contesto facilmente \u201cinfiammabile\u201d. Come sempre accade, comunque, anche in questo caso la profondit\u00e0 storica degli intrecci etnico-regionali, delle forme di contatto e di oppressione, cos\u00ec come delle scelte di organizzazione politica collettiva vanno ben oltre la data di nascita dell\u2019Afghanistan. Come ha scritto Gianroberto Scarcia, l\u2019Afghanistan non \u00e8, \u00abneppure alla lontana, uno stato nazionale: \u00e8 un piccolo impero multicolore, formato e mantenuto tale dalle vicende storiche, unitamente alla posizione geografica\u00bb. In senso ristretto, il termine \u201cafgani\u201d \u00e8 stato utilizzato dai gruppi di lingua persiana (ma pi\u00f9 in generale dalle minoranze etnico-linguistiche) per indicare i pashtun, ma l\u2019Afghanistan \u00e8 abitato da numerosi altri gruppi di lingua uzbeka, turkmena, etc., per cui, per estensione, il termine \u201cafgani\u201d \u00e8 venuto nel tempo a indicare l\u2019insieme degli abitanti dell\u2019Afghanistan. La complessa articolazione socio-demografica di questo paese, a ogni modo, rimane un tratto distintivo che ancora oggi influenza politiche locali e nazionali.<\/p>\n<p>Nel 2007 Elisa Giunchi scriveva che, su una popolazione di circa 22 milioni di abitanti, si stimava la presenza di circa 50 gruppi etnici e una trentina di lingue parlate. Ma le statistiche sono sempre in evoluzione e oggi le stime parlano di una popolazione di circa 33 milioni di residenti. All\u2019interno di questo vibrante e mutevole scenario gli hazara rappresentano una consistente, seppur decimata rispetto al passato, porzione di popolazione (circa il 9%), perlopi\u00f9 collocata nella zona dell\u2019Hindu Kush a ovest di Kabul, l\u2019Hazarajat. Gli hazara sono una popolazione a maggioranza sciita di lingua persiana (le due lingue ufficiali dell\u2019Afghanistan sono il dari\u00a0\u2013 persiano\u00a0\u2013 e il pashtu). Quali effettivamente siano le loro origini \u00e8 tema assai dibattuto tra storici e scienziati sociali.<\/p>\n<p>Alessandro Monsutti ha ricordato che tra gli hazara circolano soprattutto tre ipotesi: la prima stabilisce che si tratta di un gruppo discendente dai mongoli (o turco-mongoli) e forse direttamente dalle armate di Gengis Khan; la seconda ipotesi privilegia l\u2019elemento di autoctonia degli hazara, per cui essi sarebbero stati presenti nella regione gi\u00e0 prima delle invasioni indo-europee (2000-1500 a.C.); la terza ipotesi, che potremmo definire \u201crealista\u201d, si concentra sulle differenti ondate migratorie che avrebbero portato alla formazione di insediamenti hazara con differenti origini. Al di l\u00e0 della diatriba innescata da queste ipotesi e dal loro \u201csignificato culturale\u201d posizionato, \u00e8 importante ribadire che ogni dibattito sulle origini etniche \u00e8 comunque destinato a dissolversi sul terreno della processualit\u00e0 storica nella misura in cui incroci e contaminazioni culturali hanno come esito quello di destrutturare e ristrutturare ogni elemento che potremmo ritenere \u201ccaratterizzante\u201d dando forma a fenomeni sociali che gli antropologi hanno tendenzialmente descritto attraverso la metafora dell\u2019ibridismo (culturale, linguistico\u2026). Del resto la storia diventa particolarmente utile soprattutto allorch\u00e9 occorra legittimare, giustificare o semplicemente spiegare qualcosa di rilevante nel presente (o nel futuro).<\/p>\n<p>Nel maggio 2013 un procuratore (saranwal) hazara a Kabul mi disse: \u00abLa nostra \u00e8 in primo luogo una storia di persecuzione. La sofferenza che abbiamo subito nel passato ci unisce ancora oggi\u00bb. Affermazioni di questo tipo sono piuttosto comuni in Afghanistan e nella diaspora hazara; nel marzo 2013 un afgano hazara residente a Berlino mi ribad\u00ec quanto dura fosse stata l\u2019esperienza talebana, \u00abin particolar modo per noi hazara, che gi\u00e0 in passato eravamo stati ridotti in schiavit\u00f9 dai pashtun\u00bb. Nella lingua dari il termine usato per indicare la schiavit\u00f9 \u00e8 bardagi (lo schiavo \u00e8 barda), mentre i pashtun utilizzano pi\u00f9 frequentemente ghulami (ghulam per indicare uno schiavo). La difficile reperibilit\u00e0 di documenti e testi al riguardo, comunque, permette di affrontate la storia della schiavit\u00f9 in Afghanistan in maniera perlopi\u00f9 frammentaria. Tale scarsit\u00e0 di fonti \u00e8 a mio avviso riconducibile alla specificit\u00e0 del contesto centro-asiatico piuttosto che all\u2019influenza islamica, come molti ritengono.<\/p>\n<p>Benjamin Hopkins, per esempio, ha scritto che la schiavit\u00f9 in Asia Centrale era ancora un\u2019attivit\u00e0 vivace agli inizi del Diciannovesimo secolo sebbene l\u2019esigua letteratura al riguardo indurrebbe a pensare altrimenti. Secondo Hopkins ci\u00f2 sarebbe legato a tutta una serie di sottostudiate questioni connesse alla schiavit\u00f9 nel mondo musulmano. \u00c8 opportune sottolineare, tuttavia, che gli studi sulla schiavit\u00f9 nel mondo musulmano sono stati piuttosto ampi, soprattutto se confrontati alle ricerche condotte in altri contesti. Come ha ricordato William Gervase Clarence-Smith, cristianesimo e islam hanno storicamente attirato un\u2019attenzione sproporzionata rispetto a giudaismo, animismo, buddismo, giainismo, induismo e confucianesimo. Ora, per quanto la schiavit\u00f9 e, pi\u00f9 in generale, le politiche di asservimento non siano state sufficientemente analizzate nella storia dell\u2019Afghanistan, queste hanno sicuramente giocato un ruolo importante nel contesto delle relazioni interetniche, nel succedersi delle diverse dinastie nonch\u00e9 nel processo di formazione dello Stato afgano.<\/p>\n<p>Nella seconda met\u00e0 del Diciannovesimo secolo Abdur Rahman (emiro dal 1880 al 1901), con lo scopo di centralizzare il potere e controllare le aree ancora autonome, intraprese una campagna militare nell\u2019Hazarajat favorendo la penetrazione di nomadi pashtun e inasprendo le relazioni tra sciiti e sunniti. La guerra di Abdur Rahman nell\u2019Hazarajat comport\u00f2 un elevato numero di vittime e l\u2019asservimento di diverse famiglie hazara. Le terre vennero confiscate e molti furono venduti a Kabul \u00a0dove furono impiegati perlopi\u00f9 in qualit\u00e0 di servi domestici. Da Kabul alcuni vennero spostati nuovamente, come si evince per esempio dalla lettura dei \u201cDiaries of Kandahar\u201d. Hazaras in the View of British Diaries (1884-1905). Apprendiamo qui che, nel 1891, l\u2019emiro ordin\u00f2 l\u2019invio di 1300 prigionieri hazara a Kandahar affinch\u00e9 fossero distribuiti come schiavi ai pahstun barakzai, alikozai e nurzai. Sebbene Abdur Rahman avesse bandito la schiavit\u00f9 sul finire del Diciannovesimo secolo, proprio quando il \u201cgrande gioco\u201d (o il \u201ctorneo delle ombre\u201d) cominciava a spostarsi verso Est, molti hazara rimasero di fatto schiavi fino a quando Amanullah, nipote di Abdur Rahman, abol\u00ec la schiavit\u00f9 prima con un decreto nel 1921 e poi con la Costituzione approvata nel 1923, la prima nella storia del paese.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 non significava, tuttavia, che dinamiche di riduzione in schiavit\u00f9 fossero destinate a sparire. Piuttosto, l\u2019asservimento di natura etnico-politica e religiosa (legato a logiche di centralizzazione del potere) andava a intrecciarsi in maniera sempre pi\u00f9 evidente a squilibri sociali di natura economica. L\u2019asservimento degli hazara ha storicamente avuto carattere multiforme restando un fenomeno in bilico tra la persecuzione religiosa e politica, una normativa opaca o assente e una regolamentazione interna non del tutto definita. Una situazione, del resto, non unica nella regione. Non a caso, come ha sottolineato Hopkins, la schiavit\u00f9 in Afghanistan, come in altre aree dell\u2019Asia Centrale, non era sempre di- stinguibile dalla persecuzione politica o dal dislocamento forzato. Parlando della schiavit\u00f9 in Afghanistan taluni riferiscono di un fenomeno raro, altri sottolineano quanto fosse in conflitto con il codice di comportamento dei pashtun, il pashtunwali, che celebra l\u2019autonomia e l\u2019indipendenza dell\u2019individuo. Le memorie della diaspora hazara, che attraversano diversi regni e regimi, unite ai racconti e ai canti in patria, narrano comunque di una politica di asservimento protrattasi per molto tempo ed esercitata, anche in precedenza, non solo dai pashtun, ma dagli uzbechi e dai turkmeni: \u00abgi\u00f9 nel regno di Amir Sher \u2018Ali Khan, uzbechi e turkmeni schiavizzano gli hazara e li vendono in Asia Centrale\u00bb.<\/p>\n<p>Il fenomeno della schiavit\u00f9 nelle terre che oggi chiamiamo Afghanistan non \u00e8 limitato, in ogni caso, alle politiche di assoggettamento degli hazara. La schiavit\u00f9 era presente nei regni che precedettero l\u2019ascesa di Ahmed Khan nel 1747 cos\u00ec come nelle altre aree sulle quali si estese poi il \u201cpugno di ferro\u201d di Abdur Rahman. Nella regione nota come Kafiristan (\u201cterra degli infedeli\u201d), che l\u2019emiro conquist\u00f2, convert\u00ec e ribattezz\u00f2 Nuristan (\u201cterra della luce\u201d), la popolazione viveva in villaggi situati ai piedi delle colline all\u2019interno dei quali vigeva una linea di demarcazione tra \u201ctribali\u201d e \u201cnon-tribali\u201d, una distinzione che corrispondeva grosso modo alla divisione della societ\u00e0 in liberi (atrogen) e schiavi (borjan). Questi ultimi erano divisi a loro volta in bari e showala e potevano essere artigiani o domestici. Erano di propriet\u00e0 delle famiglie ed erano stati schiavizzati dai kafiri durante le guerre. La posizione degli schiavi-artigiani era migliore poich\u00e9 disponevano di propriet\u00e0 ed erano molto importanti per la comunit\u00e0 per via delle loro capacit\u00e0 in quanto carpentieri, conciatori, tessitori, etc. La violenta conquista a opera di Abdur Rahman sovvert\u00ec rapidamente l\u2019ordine sociale dei kafiri e poco si sa sulla \u201csopravvivenza\u201d di certe pratiche e certe strutture sociali (ufficialmente gli schiavi vennero liberati).<\/p>\n<p><strong>\u201cSchiavi\u201d in guerra<\/strong><\/p>\n<p>Il sito web www.hazararights.com contiene una lettera, disponibile in pi\u00f9 lingue e firmata da poeti di tutto il mondo, indirizzata al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, al Presidente della Commissione Europea Jos\u00e9 Manuel Barroso e al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama in cui si legge, tra il resto:<\/p>\n<p><em>Dopo pi\u00f9 di un secolo di crimini sistematici come il genocidio, la schiavit\u00f9, gli abusi e le violenze sessuali, i crimini di guerra e le discriminazioni, essere hazara appare ancora oggi un crimine in paesi come l\u2019Afghanistan e il Pakistan. [\u2026] Nel corso di questo secolo hanno sofferto il genocidio e la schiavit\u00f9 e sono stati obbligati con la violenza ad abbandonare le loro terre, situate nel sud del moderno Afghanistan. Pi\u00f9 del 60% di questa popolazione \u00e8 stata uccisa e migliaia di loro sono stati venduti come schiavi. L\u2019intera storia del XX secolo in Afghanistan \u00e8 stata contrassegnata dalle uccisioni e dalle discriminazioni nei confronti di questo popolo.<\/em><\/p>\n<p><strong>Il testo intero in PDF \u00e8 consultabile al sito<\/strong>:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.cmi.no\/publications\/file\/6042-gli-hazara-dellafghanistan-tra-asservimento.pdf\">https:\/\/www.cmi.no\/publications\/file\/6042-gli-hazara-dellafghanistan-tra-asservimento.pdf<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; &nbsp; Pubblicato nel mese di novembre 2016 Antonio De Lauri GLI HAZARA DELL\u2019AFGHANISTAN TRA ASSERVIMENTO, GUERRA ED EMANCIPAZIONE Introduzione\u20091 Molto prima che storici, africanisti, studiosi del commercio in schiavi o delle \u201cnuove schiavit\u00f9\u201d tracciassero gli attuali confini disciplinari e set-toriali, l\u2019istituzione della schiavit\u00f9, nelle sue molte e differenti forme, \u00e8 stata oggetto di trattazione &hellip;<\/p>\n","protected":false},"author":15,"featured_media":2719,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"gallery","meta":{"footnotes":""},"categories":[8,1],"tags":[],"class_list":["post-2717","post","type-post","status-publish","format-gallery","has-post-thumbnail","hentry","category-diritti-umani","category-hazara-news","post_format-post-format-gallery"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.5 - 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